La questione di Trieste

La questione di Trieste

Questione di Trieste: indica la lunga controversia sulla definizione dei confini che oppose l'Italia alla Iugoslavia dalla fine della seconda guerra mondiale alla stipulazione del trattato di Osimo nel 1975. Alla base della disputa vi furono, oltre Trieste, i territori del goriziano e dell’Istria passati sotto la sovranità italiana alla fine della prima guerra mondiale dopo un lungo dominio austriaco.

Incrocio di etnie, lingue e culture diverse (alla fine della prima guerra mondiale sloveni e croati costituivano il 58% della popolazione istriana e consistenti minoranze nel triestino e nel goriziano), la regione fu sottoposta a una campagna di “italianizzazione” che, iniziata ancor prima della firma del trattato di Rapallo (1920), si intensificò in seguito all'ascesa del fascismo al potere.

Il regime fascista perseguì nella regione una strategia rivolta al consolidamento sociale ed economico della componente italiana. Considerati dal freddo linguaggio burocratico dell’amministrazione fascista “alloglotti” e “allogeni” (cioè diversi per lingua e per etnia dalla maggioranza dei cittadini dello stato), gli sloveni e i croati vennero invece privati di ogni forma di identità politica e culturale e fatti segno dalla discriminazione e dalla repressione: vennero infatti chiusi i giornali, le scuole, i circoli e gli enti (compresi quelli ricreativi e sportivi) sloveni e croati; vennero italianizzati nomi e toponimi; vennero eliminate fisicamente o inviate al confino centinaia di persone ritenute irriducibili alla nuova autorità statale.

La svolta drammatica nelle relazioni tra le diverse comunità giuliane e istriane si ebbe nel 1941, dopo l’aggressione nazifascista alla Iugoslavia e l’occupazione italiana della provincia di Lubiana, della Dalmazia e del Montenegro, che segnò il culmine della politica di potenza del regime fascista nei Balcani. A partire dal 1942 la regione divenne teatro di un forte movimento partigiano, che andò organizzandosi secondo linee sia nazionali sia ideologiche; una consistente parte della componente comunista della Resistenza triestina e giuliana operò infatti in accordo con quella iugoslava e in alcuni casi in forte e drammatico contrasto con il Comitato di liberazione nazionale giuliano.

Dopo la resa dell’Italia (settembre 1943) il territorio passò sotto la diretta amministrazione della Germania nazista, che vi instaurò la cosiddetta “zona d’occupazione Litorale adriatico” (Adriatisches Künstenland). Nei convulsi eventi che accompagnarono la disfatta tedesca nella primavera del 1945, la regione passò sotto il controllo della Resistenza iugoslava, che dal 1° maggio alla metà di giugno occupò la stessa città di Trieste, instaurandovi una severa amministrazione militare e civile e scatenandovi una violenta rappresaglia che si estese, dagli esponenti del passato regime fascista, a quei soggetti, soprattutto italiani ma anche sloveni e croati, considerati d’ostacolo all’instaurazione di un regime comunista nella Iugoslavia.

Nei quarantacinque giorni di occupazione comunista, la violenza dei nazionalisti e dei comunisti iugoslavi si abbatté anche sulla popolazione civile, causando diverse migliaia di vittime (il cui numero è oggi difficilmente calcolabile e oscillerebbe tra 2.000 e 10.000, di cui molte gettate nelle foibe, le tipiche cavità del terreno carsico); altre migliaia di persone vennero arrestate e deportate nei campi di concentramento iugoslavi, dove molti trovarono la morte.

I successivi accordi stipulati tra le forze angloamericane e iugoslave assegnarono Trieste, insieme con la fascia costiera tra Gorizia e Punta Grossa e con l'enclave di Pola, all'amministrazione militare alleata. Il trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947) sottrasse Trieste, eretta in Territorio libero, alla sovranità italiana e la pose sotto il controllo delle Nazioni Unite. Si veda anche Le foibe: una "pulizia etnica" dimenticata.

Successivamente il Territorio libero di Trieste fu diviso in due zone: la zona A, da Duino a Trieste compresa, passò sotto un governo militare alleato (GMA); la zona B, da Capodistria a Cittanova, sotto l'amministrazione militare iugoslava (VUJA). Tale soluzione generò malcontento nella popolazione italiana, le cui proteste si accompagnarono a un irrigidimento della Iugoslavia, che minacciò l'annessione della zona B. Con il memorandum d'intesa sottoscritto a Londra nel 1954 dalle parti in causa, si pervenne a un accordo provvisorio con cui l'Istria occidentale fu attribuita in amministrazione civile alla Iugoslavia, mentre Trieste e Monfalcone furono assegnate all'Italia, con garanzie di rispetto delle minoranze e il mantenimento del porto franco a Trieste.

Tra il 1945 e il 1954, dall’Istria e dalla Dalmazia si mossero oltre 250.000 italiani, i quali ripararono in Italia oppure presero la strada di altri paesi occidentali. Nello stesso periodo abbandonarono l’Italia per la Iugoslavia diverse migliaia di sloveni e croati. La questione di Trieste fu definitivamente risolta dagli accordi di Osimo, firmati il 10 novembre 1975 tra Italia e Iugoslavia, che sancirono la piena sovranità dei due stati sulle rispettive zone, confermando con lievi modifiche la linea di confine del 1947.

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