Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933

Capitolo primo La tragedia negata

Nel capitolo 14 del romanzo di Vasilij Grossman Tutto scorre (1) ci imbattiamo, all’improvviso, nella lunga rievocazione della collettivizzazione forzata del 1929-1933 e della carestia, che in quegli anni imperversò nelle campagne russe e ucraine. Tutto ebbe inizio alla fine del 1929 con la guerra condotta contro i cosiddetti kulaki (i contadini agiati), i quali furono prima vessati in ogni modo e poi deportati in massa. Gli odiati nemici di classe ‒ come venivano bollati dalla propaganda comunista ‒ furono portati via con le loro famiglie, in vagoni merci sigillati, verso le inospitali regioni dell’Asia centrale e della Siberia. I contadini rimasti vennero costretti con minacce e violenze ad entrare nei colcos, le fattorie collettive appena create. Ma tutto ciò non era ancora nulla rispetto a quanto sarebbe accaduto in seguito: «Venne il castigo della fame». La protagonista femminile che racconta quei lugubri eventi, mossa dal prepotente bisogno di liberarsi la coscienza da un peso insopportabile, ricorda di esser stata allora inviata come attivista in un colcos dell’Ucraina: «Quelli là, ci spiegavano, hanno lo spirito della proprietà privata più tenace che non nella Repubblica sovietica russa». Poiché, dopo la liquidazione dei kulaki, la superficie coltivata era diminuita e il raccolto scemato, le consegne fissate dal centro divennero irrealizzabili. Ma, nel generale clima di menzogna e di esaltata propaganda, le inadempienze furono imputate alla perfidia dei contadini che nascondevano il grano e gli altri prodotti. Fu così che venne deciso di dare una severa lezione agli agricoltori disubbidienti: E chi ha firmato lo sterminio in massa? Sovente penso: davvero Stalin? Penso che un ordine del genere, da quando la Russia esiste, non c’era mai stato. Un ordine del genere non l’aveva mai firmato nessuno, non dico lo zar, ma neanche i tartari e neanche i tedeschi. E l’ordine era: uccidere per fame i contadini dell’Ucraina, del Don, del Kuban, ucciderli insieme ai loro bambini.

L’ordine fu comunque eseguito nella maniera più rigida e spietata. Si cominciò a requisire prima il grano, poi gli altri generi alimentari che i contadini nascondevano per nutrire le loro famiglie. Le squadre venute dalle città e formate da giovani comunisti, agenti della polizia politica e soldati dell’esercito, portarono via tutto quel che trovarono nei villaggi. Macellato e divorato il bestiame, agli agricoltori non restò più nulla da mangiare: I bambini nelle isbe piangevano sin dal mattino, chiedevano pane. E che cosa poteva dargli la mamma: neve? E nessuno che desse un aiuto. La risposta dei membri del partito era una sola: bisognava lavorare, non bisognava fare i pigri. E rispondevano pure: cercate in casa vostra, nel vostro villaggio avete sotterrato grano bastante per tre anni. Eppure, non era ancora la vera fame. Certo, la gente era diventata fiacca e, a furia di nutrirsi di bucce di patate, aveva la pancia gonfia. Ma non si vedevano ventri tumefatti; e con la farina di ghiande, mescolata talvolta a crusca e bucce di patate, si faceva una specie di pane e di frittelle. Ma anche il querceto, sfruttato dai villaggi limitrofi, si esaurì e non ci furono più ghiande. Allora la gente cominciò a errare per le campagne, chiedendo l’elemosina. Dallo Stato non giunse nessun aiuto: Possibile che Stalin sapesse tutto questo? I vecchi raccontavano che quando c’era stata la carestia sotto lo zar Nicola, tutti erano venuti in aiuto, e davano in prestito e i contadini andavano a elemosinare in città in nome di Cristo; avevano aperto delle mense nelle città e gli studenti raccoglievano offerte. E sotto lo Stato operaio e contadino, invece, non davano neanche un granellino; tutte le strade erano chiuse da barriere e dalle truppe, milizia, Enkavedè [la polizia politica].

Ai contadini non fu più consentito di lasciare le campagne e di andare in cerca di cibo nelle città: le strade e le stazioni ferroviarie erano sorvegliate da uomini armati. Tuttavia, malgrado gli sbarramenti, non pochi riuscirono a trascinarsi fino a Kiev attraversando terreni non coltivati, paludi e boschi. Ma neppure per loro ci fu salvezza: quasi tutti, stremati ed esausti, raggiunsero la città solo per trovarvi la morte. Ogni mattina passavano delle piattaforme speciali trainate da cavalli da tiro e raccoglievano quelli che erano morti durante la notte. Ho visto una di queste piattaforme: c’erano deposte salme di bambini. […] Queste rondinelle erano riuscite a volare sino a Kiev, ma a che pro? E fra loro ce n’erano che pigolavano ancora, le teste come riempite d’acqua dondolavano. Domandai al vetturale: perché anche quelli, ancora vivi? Lui fece un gesto come a dire: prima che arriviamo a destinazione, non sono più vivi, si chetano. In ogni modo, solo una minuscola percentuale di campagnoli riuscì a raggiungere i centri urbani. La stragrande maggioranza rimase nel villaggio a patir la fame, quella vera. Qui, ormai, non vi erano nemmeno cani e gatti: molti erano stati uccisi e divorati, e quelli sopravvissuti non si facevano catturare.

Agli affamati, spinti dalla disperazione, non restò che metter sotto i denti ciò che trovavano: Che cosa poi non mangiavano: pigliavano i topi, le pantegane, i passeri, le formiche, tiravano fuori dalla terra i vermi, macinavano ossa per farne farina, cuoio, suole, vecchie pelli puzzolenti tagliate per farne tagliatelle, persino la colla. E, quando spuntò l’erba, si misero a scavar radici, a bollire foglie, germogli: tutto andava bene, il dente di leone e la bardana, le campanelle e il trifoglio, e l’ortica. Seccavano le foglie di tiglio, le pestavano per farne farina, ma da noi c’erano pochi tigli. Le frittelle di tiglio sono verdi, peggio di quelle di ghiande. Ogni affamato era un potenziale antropofago, non solo perché giungeva talvolta a divorare i suoi simili. Capitava persino che l’affamato mangiasse se stesso: «Rosicchia la sua stessa carne, rimangono soltanto le ossa, divora il proprio grasso fino all’ultima gocciolina.
Poi gli si offusca la ragione, si capisce che s’è mangiato anche le proprie cervella». La fame riusciva a stravolgere i più santi rapporti umani; ma non tutti si ridussero allo stato selvaggio: In una casa c’è guerra, si guatano tutti l’uno con l’altro, si rubano a vicenda le briciole. La moglie contro il marito, il marito contro la moglie. La madre odia i propri figli. In un’altra casa, invece, continua un amore indistruttibile. Ne conoscevo una così; c’erano quattro bambini, la mamma gli raccontava favole affinché si dimenticassero della fame, eppure non riusciva quasi a muovere la lingua; li prendeva in braccio, eppure non aveva quasi più la forza di sollevare le mani vuote. Per colmo di tragica ironia, proprio in quel periodo un vecchio portò al colcos un giornale raccolto lungo la ferrovia, nel quale si raccontava della visita di un ministro francese nella regione della più nera carestia e della risposta che era stata data alla sua domanda circa il menù delle mense scolastiche nelle campagne: i bambini mangiavano brodo di pollo con tortellini e polpette di riso. Com’era possibile? «Uccidevano milioni di persone e riuscivano a ingannare tutto il mondo!». Nel villaggio ci fu una moria generale: Dapprima i bambini, i vecchi, poi l’età media. In principio li sotterrarono, poi non lo fecero più. Così i morti si ammucchiavano nelle strade, nei cortili, e gli ultimi rimasero nelle isbe.

Tutto si fece silenzioso. Tutto il villaggio era morto. Non so chi fosse morto per ultimo. Noi che lavoravamo alla direzione del colcos ci portarono via in città. Morti gli abitanti del villaggio, toccò ai militari svolgere i lavori agricoli. E, in seguito, furono chiamati a ripopolarlo coloni venuti dalla regione russa di Orël, ai quali venne detto che c’era stata un’epidemia. I nuovi venuti andarono in giro per le isbe a tirare fuori i cadaveri decomposti (i quali, durante il trasporto, si riducevano a brandelli), e li sotterrarono fuori del villaggio. Il lezzo orrendo rese oltremodo ingrato un simile lavoro. Le casette furono pulite ben bene e tinteggiate; ciò nonostante, il puzzo di morte non andò via presto. Il racconto di Grossman potrebbe sembrare, per le sue forti tinte, frutto dell’invenzione narrativa e dell’artificio letterario. Era, invece, la realistica e amara esposizione di quel che l’autore, egli stesso ucraino, aveva visto con i propri occhi o sentito dire dalle vittime e dai testimoni della carestia. Per queste pagine e per le amare riflessioni sul tragico destino storico della Russia prima e dopo il 1917, l’opera non fu pubblicata in patria, ma vide la luce all’estero nel 1970 alcuni anni dopo la morte dell’autore. Il quale non poté veder stampato neppure il suo lungo romanzo dedicato alla seconda guerra mondiale, Vita e destino, a proposito del quale l’ideologo del PCUS Michail A. Suslov aveva sentenziato che sarebbe apparso nell’URSS solo dopo due o tre secoli. Per lungo tempo Tutto scorre rimase la sola fonte dettagliata d’informazione a tutti accessibile, almeno fuori dell’URSS, su un evento di proporzioni colossali, che aveva sconvolto e distrutto la vita di parecchi milioni di persone. L’incredulo lamento di Grossman sull’operazione di occultamento effettuata con successo dal regime comunista corrispondeva anch’esso alla verità storica e intendeva denunciare un fatto inaudito e incredibile: a differenza degli altri apocalittici misfatti del Novecento (dal genocidio armeno all’olocausto), lo sterminio per fame di milioni di contadini ucraini era passato pressoché inosservato, grazie alla congiura del silenzio orchestrata sin dall’inizio dal regime comunista. Quasi nessuno ne parlava e nulla, o pochissimo, se ne sapeva. La notizia di giornale sul viaggio nell’URSS dell’esimia personalità straniera, menzionata in Tutto scorre, era anch’essa non una finzione letteraria, bensì un piccolo (e grottesco) dettaglio storico. Tra la fine d’agosto e l’inizio di settembre del 1933 il francese Édouard Herriot, più volte ministro e presidente del Consiglio, effettuò un viaggio ufficiale nell’URSS soggiornando anche nei territori devastati dalla carestia. Il noto politico radicale, allora presidente della commissione esteri della camera dei deputati, si lasciò ingannare volentieri dai padroni di casa sovietici, prestando cieca fede a quanto gli fu detto e mostrato.

Il 13 settembre la «Pravda» (organo del partito comunista dell’URSS) pubblicò in prima pagina le impressioni dell’ospite francese intitolandole in maniera eloquente «Ciò che ho visto nell’URSS è magnifico», dichiara Herriot («Vidennoe v SSSR prekrasno», zajavljaet Errio). In verità, sebbene ai corrispondenti stranieri fosse vietato muoversi liberamente nell’URSS, le voci sulla carestia circolavano tra i diplomatici accreditati nell’URSS, ai quali giungevano da vari canali notizie sulla reale situazione nelle campagne. Molte ambasciate raccoglievano informazioni che, come avremo modo di dire, offrivano un quadro esatto e dettagliato della grande carestia. Ma, prima di far cenno dell’attività delle ambasciate e dei consolati nella raccolta di dati, converrà spendere qualche parola sull’opera di disinformazione nella quale si distinsero alcuni celebri giornalisti stranieri, ai quali la deontologia avrebbe dovuto imporre un più onesto esercizio dell’attività professionale. Il caso più noto e clamoroso è quello del corrispondente da Mosca del «New York Times», William Duranty, uno dei più prestigiosi e meglio pagati giornalisti dell’epoca, il quale si prodigò per diffondere in occidente l’immagine oleografica di un paese impegnato nella rude e meritoria impresa della modernizzazione economico-sociale. I suoi servizi dall’URSS, graditi alle autorità sovietiche, gli valsero nel 1932 ‒ nientemeno! ‒ il prestigioso premio Pulitzer per il giornalismo. Il 31 marzo 1933, nel momento cioè della generale moria, apparve nel «New York Times» il suo tortuoso articolo dal titolo Russians Hungry but not Starving, dove si legge tra l’altro: «Per dirla brutalmente, non si può fare una frittata senza rompere le uova». Quanto alle difficoltà annonarie, Duranty non le negava, esortando però a non confonderle con una vera e propria carestia: «Non c’è di fatto inedia né ci sono morti per inedia, ma una diffusa mortalità per malattie dovute a malnutrizione» (2).

La malafede del giornalista del «New York Times» (sospettato d’essere al soldo del governo sovietico) è comprovata dalle ben diverse rivelazioni confidenziali, da lui rilasciate al diplomatico inglese William Strang, nella quali ammetteva che la popolazione del Caucaso settentrionale e della bassa Volga era diminuita di 3 milioni e quella dell’Ucraina di 4-5 milioni3. Le untuose dichiarazioni pubbliche di Duranty miravano a smentire le corrispondenze di quei pochi e onesti giornalisti, i quali stavano raccontando quel che riuscivano a vedere e ad ascoltare. Malcolm Muggeridge, il quale giunse a Mosca nel settembre 1932 animato da viva simpatia per il comunismo sovietico, dovette presto ricredersi e abbandonare le sue ingenue illusioni. Nel febbraio 1933 si mise in viaggio alla volta dell’Ucraina e del Caucaso settentrionale. Qui scoprì una verità assai amara per un uomo di sinistra, quale egli era stato fino allora. Nelle corrispondenze per il «Manchester Guardian», inviate tramite corriere diplomatico, non fece mistero della fame che stava provocando la morte di tanti contadini: si trattava d’inedia «in senso assoluto», non di malnutrizione come quella patita, ad esempio, dai contadini in oriente o da alcuni operai disoccupati in Europa.

Non solo. La terribile carestia era «organizzata», come si arguiva dalla presenza di truppe ben pasciute, inviate a tenere sotto controllo i contadini affamati. Le erbacce nei campi, il bestiame morto, la mancanza di cavalli per i lavori agricoli, i villaggi abbandonati, insomma lo spettacolo desolante delle campagne sovietiche portava a concludere che «la collettivizzazione è stata un fallimento». Muggeridge non usava mezzi termini: Dire che c’è carestia in alcuni dei più fertili territori della Russia è dire molto meno della verità; c’è non solo la carestia, ma ‒ almeno nel caso del Caucaso settentrionale ‒ uno stato di guerra, un’occupazione militare4. Un altro coraggioso reporter occidentale, il gallese Gareth Jones, si recò nei luoghi della grande fame, per osservare di persona cosa stesse succedendo. A differenza di Muggeridge (il quale aveva fatto pervenire all’estero i suoi servizi con la valigia diplomatica, pubblicandoli in forma anonima), il 29 marzo 1933 Jones rivelò in una conferenza stampa a Berlino le prove da lui raccolte sulla catastrofe umanitaria nell’URSS. Aleggia quindi il sospetto, di cui mancano tuttavia le prove, del coinvolgimento degli agenti di Stalin nella sua morte cruenta, avvenuta il 12 agosto 1935 in Estremo Oriente per mano di banditi cinesi (5).

Harry (Hertz) Lang, un ebreo statunitense di origine russa (era vissuto sotto gli zar dalla nascita fino al 1904) ebbe occasione di visitare l’Ucraina nel settembre 1933, in compagnia della moglie (ebrea anch’essa, nata a Kiev e trasferitasi giovanissima negli USA). Pubblicò poi, dal novembre 1933 al febbraio 1934, alcuni articoli su quanto visto e udito nell’URSS per il giornale di New York in yiddish (la lingua degli ebrei dell’Europa centro-orientale) «The Jewish Daily Forward (Forverts)», vicino al partito socialista americano. I suoi servizi si sforzarono di descrivere onestamente l’orrida realtà sovietica, suscitando l’ira dei comunisti americani. Non è dato sapere se i numerosi parenti della coppia, ancora residenti nell’URSS, abbiano subìto vessazioni da parte degli organi di polizia sovietici (6). È anche da menzionare l’impegno profuso nella ricerca della verità dal giornalista e storico statunitense William Henry Chamberlin, il quale da anni risiedeva nell’URSS e lavorava sia per l’americano «Christian Science Monitor» che per il «Manchester Guardian». Su quest’ultimo giornale, il 21 agosto 1933, egli informò i lettori della nuova e più restrittiva normativa sui viaggi dei corrispondenti stranieri, introdotta dal governo sovietico: Il vostro corrispondente ha avuto prove personali che queste norme non sono una mera formalità quando, oggi, gli è stato rifiutato il permesso di visitare i distretti rurali nelle regioni dell’Ucraina e del Caucaso settentrionale, che egli ha visitato più volte in anni precedenti senza obiezioni da parte delle autorità centrali e locali (7).

Quando, nell’autunno 1933, con il graduale miglioramento della situazione alimentare, il governo di Stalin permise nuovamente i viaggi dei corrispondenti stranieri, Chamberlin ne profittò per andare a veder di persona l’entità del disastro. Le testimonianze e i dati da lui raccolti gli servirono anche, di lì a poco, per il capitolo quarto ‒ dedicato ai contadini ‒ della sua inchiesta sull’URSS degli ultimi anni, che uscì nel 1934 con il titolo Russia’s Iron Age (8).

Qui leggiamo l’attenta e veridica descrizione dello stato dell’agricoltura sovietica dopo la forsennata collettivizzazione. Sulla grande fame del 1932-1933, la cui «responsabilità storica» era senz’altro da attribuire al governo bolscevico, il probo cronista scriveva parole ferme e chiare: La zona della fame, per quel che ho potuto osservare ed apprendere da informazioni attendibili, comprese l’Ucraina, il Caucaso settentrionale, alcune provincie del basso e medio Volga, e ampie regioni del lontano Kazakstan nell’Asia centrale. La Russia settentrionale e centrale e la Siberia attraversarono molte difficoltà alimentari, ma non subirono una vera e propria fame. Il numero di persone residenti nella zona affamata era di circa 60 milioni; i morti in più del tasso normale di mortalità non possono essere stati meno di tre o quattro milioni. C’è qualcosa di epico e di ineffabilmente tragico in questa immensa strage di milioni di persone, sacrificate sull’altare di una politica che molte di loro neppure capivano. E l’orrore di questo ultimo atto nella tragedia delle campagne è reso forse ancora maggiore dal fatto che le vittime morirono così passivamente, così silenziosamente, senza suscitare alcun moto di solidarietà nel resto del mondo: non per nulla c’era la censura bolscevica (9).

Chamberlin era, oltre che attento e scrupoloso cronista, storico erudito e sagace, come prova il suo affresco della rivoluzione e della guerra civile in Russia (che, a tutt’oggi, resta la più bella e limpida opera complessiva sugli anni 1917-1921). Egli infatti dedicò i lunghi anni di permanenza nell’URSS non solo ad osservare la realtà sovietica, ma anche a raccogliere un vasto e raro materiale documentario per il suo libro sulla rivoluzione russa (al quale è maggiormente legato il suo nome e che uscì in America nel 1935) (10).

Conviene ricordare, a questo proposito, il diverso atteggiamento verso la carestia di un altro celebre intellettuale, destinato a diventare nel secondo dopoguerra il più prestigioso sovietologo occidentale. Edward H. Carr, l’autore della History of Soviet Russia in 14 volumi, era allora membro della delegazione britannica presso la Società delle nazioni. In tale veste scrisse il 30 settembre 1933 ad un alto funzionario del Foreign Office per riferirgli della discussione sulla «presunta carestia in Ucraina», che aveva avuto luogo tra alcuni membri del consesso internazionale. Il freddo e compassato diplomatico comunicava con evidente approvazione la decisione, presa dopo un lungo dibattito, di coinvolgere eventualmente nei soccorsi solo la Croce Rossa internazionale o altre organizzazioni non politiche, essendo le altre strade impraticabili e inopportune (11).

Erano principalmente i membri della diaspora ucraina nell’Europa occidentale e nell’America settentrionale a chiedere alle organizzazioni internazionali d’intervenire nel loro martoriato paese. Non si può però dire che abbiano avuto molto successo, scontrandosi solitamente con atteggiamenti simili a quello manifestato da Carr nella lettera sopra ricordata. Neppure la Croce Rossa Internazionale fu capace di prender fattiva posizione dinanzi ai progetti e alle denunce ad essa pervenute, e nonostante le sollecitazioni giunte dall’allora presidente del Consiglio della Società delle nazioni, il norvegese Johan Ludwig Mowinckel. Ecco, ad esempio, la risposta (datata 28 settembre 1933) del capo della segreteria alla Federazione europea degli ucraini all’estero. Il rifiuto d’intraprendere un’azione di soccorso collettivo era così motivato: La regola di condotta, che la Croce Rossa Internazionale si è fissata da molto tempo, è che non si può organizzare un’azione di soccorso a favore di un paese senza il consenso e senza la richiesta formale del suo governo. Ora, L’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche non ha mai fatto appello a favore delle popolazioni che si trovano sul suo territorio. E noi ci troviamo, per questo, nell’impossibilità di lanciare un appello a favore delle popolazioni in questione. D’altra parte, il Comitato internazionale [della Croce Rossa] resta sempre a disposizione delle persone e delle organizzazioni che desiderano far giungere soccorsi individuali nell’URSS, ma in nessun caso prenderà in considerazione un soccorso collettivo (12).

Della grande carestia in Ucraina e in altre regioni dello Stato bolscevico erano dunque al corrente sia la Croce Rossa Internazionale sia la Società delle nazioni (della quale l’URSS entrerà a far parte nel settembre 1934); e notizie abbastanza circostanziate pervenivano attraverso vari canali alle rappresentanze diplomatiche dei paesi europei, accreditate nell’Unione Sovietica. Solo gli Stati Uniti non avevano allora rapporti ufficiali con il governo bolscevico: le relazioni diplomatiche tra i due paesi, infatti, furono stabilite nel novembre 1933. Tuttavia, anche il governo americano disponeva di un canale informativo diretto tramite la propria legazione a Riga, la quale inviava regolari rapporti a Washington. Questa «Russian Section», collocata in un posto strategico per i contatti tra l’Europa e l’URSS, insisteva nei suoi rapporti sul carattere «totalitario» del regime bolscevico, basandosi principalmente sull’analisi del sistema giuridico e sulla mancata divisione dei poteri nel sistema sovietico (un aspetto fondamentale per osservatori di cultura americana). Quanto alla politica agraria del governo comunista, la sezione condannò senza mezzi termini la decisione di eliminare i culachi, senza tuttavia dedicare troppa attenzione alle varie fasi della collettivizzazione, descritta soprattutto nei suoi aspetti economici e amministrativi (13).

L’Italia, che aveva diverse sedi consolari in Ucraina e nel Caucaso, fu forse il paese che raccolse la maggior messe d’informazioni ‒ oltremodo accurate ‒ sulla situazione economica e alimentare dei territori devastati dalla fame. I rapporti dei diplomatici italiani, inviati regolarmente a Mussolini e dal duce letti con attenzione, sono stati pubblicati qualche lustro fa e costituiscono ancor oggi una delle migliori e più vivide fonti documentarie (14).

L’ambasciata tedesca a Mosca poté disporre ‒ oltre alle relazioni dei consolati di Charkiv e di Kiev ‒ delle preziose e competenti descrizioni dell’esperto agricolo Otto Schiller il quale, avendo viaggiato a lungo nell’URSS nel 1932 e nel 1933, costatò di persona l’immane catastrofe (da lui attribuita, sensatamente, alle decisioni politiche del governo comunista): pur essendo assai difficile calcolare il numero complessivo delle vittime, egli non escluse che in tutta l’URSS le perdite umane potessero ammontare a dieci milioni (15).

Tra coloro che allora si resero subito conto di quanto stava accadendo nelle campagne sovietiche, è da ricordare il canadese (nato in Scozia) Andrew Cairns, sommo conoscitore di problemi agricoli, il quale visitò la prima volta l’URSS nel 1930 e vi tornò nella primavera 1932. Da maggio ad agosto viaggiò nei distretti agricoli della Volga, nella Siberia occidentale, in Kazachistan, nel Caucaso settentrionale, in Ucraina, in Crimea e nella regione centrale delle terre nere. Ebbe anche modo di conoscere Otto Schiller e di scambiare con lui informazioni tecniche (16). Cairns inviò dettagliati rapporti all’ambasciata britannica (perché fossero trasmessi al centro studi londinese, l’Empire Marketing Board, con il quale collaborava). Per il suo competente spirito di osservazione, egli è stato paragonato ad Arthur Young (1741-1820), l’economista e agronomo inglese, il quale viaggiò in Francia alla vigilia della Rivoluzione lasciando poi, con i suoi Travels in France, una preziosissima testimonianza storica sul paese da lui visitato. Nella chiusa dell’ultima, e confidenziale, delle sue relazioni da Mosca, datata 22 agosto 1932, Cairns immaginò ironicamente di dar consigli al governo sovietico. Tra le altre cose, suggeriva a quest’ultimo di comunicare agli Stati Uniti (con cui erano in corso trattative per l’allacciamento di rapporti diplomatici) che «mentre politicamente sarebbe bello ottenere il riconoscimento, ciò che davvero urgeva era la riorganizzazione dell’American Relief Association e di altri enti, i quali avrebbero distribuito cibo e abiti usati ai molti milioni di russi affamati» (17).

I dettagliati rapporti di Cairns lumeggiano le fasi preliminari e, per così dire, i prodromi della grande fame. Sul momento culminante della tragedia egli non ci dà ragguagli perché, quando nella primavera 1933 volle ritornare nell’URSS, il governo bolscevico gli negò il visto. Diplomatici stranieri ed enti internazionali, dunque, conoscevano negli anni ’30 la reale situazione del disastro annonario in Ucraina e nell’URSS. Nessuno governo occidentale, tuttavia, giudicò opportuno divulgare le notizie in suo possesso né, tanto meno, cercò d’intervenire sotto qualsiasi forma per alleviare le sofferenze dei milioni di affamati. In parte diverso fu l’atteggiamento degli Stati confinanti con l’URSS, i quali erano a contatto con la drammatica realtà e vedevano arrivare alle loro frontiere torme di disperati in cerca di salvezza. Della reazione polacca alla grande carestia avremo modo di parlare in un prossimo capitolo. Conviene adesso dir qualcosa della posizione presa dal governo di Bucarest, sollecitato a intervenire dallo spettacolo dei contadini fuggiaschi, molti di etnia romena, i quali venivano falcidiati dalle mitragliatrici sovietiche quando tentavano di attraversare il fiume Dniestr per sfuggire alle angherie e alla fame. Lo storico italiano Alberto Basciani ha ricostruito quei fatti in un recente studio, dal quale attingerò notizie e brani di documenti. Già nel marzo 1932 il deputato liberale e storico Gheorghe Brătianu (l’autore di Une énigme et un miracle historique: le peuple roumain) pronunciò un fiero discorso in parlamento, domandando pubblicamente cosa stesse accadendo sulle rive del Dniestr. Cauta e ambigua fu la risposta dell’allora presidente del Consiglio Nicolae Iorga (anch’egli storico di fama), il quale condannò bensì la bestiale crudeltà delle guardie di frontiera sovietiche, ma confessò di non aver modo d’intervenire e preferì parlare dei preziosi documenti sulla storia della Romania, che erano stati portati in Russia nel 1916 e che il governo bolscevico non intendeva restituire. Le proteste dell’opinione pubblica crescevano e, d’altro canto, sempre più raccapriccianti apparivano le notizie sulle sofferenze dei profughi sovietici, quasi tutti agricoltori restii ad entrare nelle fattorie collettive e privati, quindi, di mezzi di sostentamento. Un rapporto ufficiale romeno dell’aprile 1932 così descriveva la situazione venutasi a creare alla frontiera: Nei mesi di gennaio-febbraio 1932 si sono verificate scene terribili ed orrori indescrivibili all’interno del territorio sovietico non troppo lontano dal fiume Dniestr. I rifugiati ci hanno riferito che sono state soppresse centinaia e centinaia di persone che disperate cercavano rifugio oltre il Dniestr; numerose volte anche dal nostro territorio si potevano ascoltare i crepitii delle esecuzioni di massa […]; molti cadaveri sono stati lasciati dalle guardie bolsceviche sulla superficie ghiacciata del Dniestr per diventare preda degli animali selvatici. Tutti i rifugiati sono stati trattenuti sul nostro territorio, nessuno è stato rimpatriato in URSS. I soccorsi prestati da istituzioni e da privati romeni non durarono a lungo. Alla fine, l’ebbero vinta le rimostranze del governo sovietico contro quelle che ad esso apparivano indebite ingerenze negli affari di casa propria. Anche in Romania, la ragion di Stato fece premio sui sentimenti umanitari. Poiché si era alla vigilia della ripresa delle relazioni diplomatiche con l’URSS, il governo di Bucarest non volle turbare le trattative in corso con il suscettibile vicino. Così, a livello ufficiale si parlò sempre meno della carestia oltre frontiera e dell’aiuto agli affamati. A poco valse l’indignata protesta formulata nell’appello che 300 persone firmarono e inviarono al governo romeno: Perché la Camera inglese non è presa d’assalto da interpellanze indignate di deputati sollecitati dagli umanitari del mondo? Dove sono quelli come Henri Torrès e Henri Barbusse pronti a protestare in nome dell’umanitarismo mondiale ogni volta che cade una condanna sulla testa di qualche comunista? […] Perché non c’è nessuno di questi giornalisti stranieri che sia disposto a venire da noi per ascoltare i racconti dei moldavi scampati all’eccidio? Aspettiamo con impazienza che si producano manifestazioni e proteste a Ginevra, a Londra, a Parigi, a New York, in tutti i parlamenti, in tutte le leghe per la difesa dei diritti degli uomini, in tutta la stampa mondiale (18).

Anche il Vaticano era al corrente della carestia e seguiva con attenzione il corso degli eventi: le sue principali fonti d’informazione erano i diplomatici delle ambasciate occidentali a Mosca. La Santa Sede aveva già una qualche esperienza di aiuti umanitari alla Russia, avendo partecipato una decina di anni prima alla campagna mondiale a favore delle popolazioni sovietiche che pativano la fame. All’epoca della terribile carestia del 1921-1922, la prima nella storia dell’URSS, il governo bolscevico aveva ammesso la catastrofe alimentare e consentito l’arrivo di soccorsi internazionali. Gli aiuti più fattivi e massicci vennero allora dagli Stati Uniti: l’American Relief Administration (ARA) operò alacremente in Russia dall’autunno 1921 alla primavera 1923, salvando centinaia di migliaia di vite umane (specie bambini) (19).

Pur tra maggiori difficoltà e con ben minori mezzi, anche la Chiesa di Roma volle partecipare con una propria missione all’attività internazionale di soccorso, con finalità religiose oltre che umanitarie (20).

Ma all’inizio degli anni ’30 la situazione era assai diversa e ben più difficile, a causa della condotta del governo di Mosca, il quale negava caparbiamente la carestia e respingeva sdegnosamente qualsiasi offerta d’aiuto. Ad occuparsi dell’Unione Sovietica, in Vaticano, era soprattutto la pontificia commissione Pro Russia, creata da Pio XI nel 1925 e guidata dal gesuita francese Michel d’Herbigny. Questi era un energico fautore dell’intervento in soccorso degli affamati; e anche il papa sulle prime si mostrò incline a prestare aiuto alle martoriate popolazioni sovietiche, specie quando venne a sapere che le vittime ammontavano già a milioni. L’ambasciatore italiano a Mosca Bernardo Attolico apprese da monsignor Neveu, missionario in Russia, che il pontefice era propenso a mandare soccorsi nell’URSS, ma che ne fu da lui scoraggiato (21). Così, per ragioni di opportunità politica, anche la Santa Sede finì per abbandonare qualsiasi progetto globale d’intervento umanitario nell’URSS, limitandosi ad aiuti limitati tramite le associazioni caritative tedesche. Ma non rinunciò a parlare sui propri organi di stampa della tragedia in atto nel mondo sovietico. Ad esempio, dopo che d’Herbigny gli ebbe fornito ulteriori ragguagli sull’imperversare della fame, il pontefice consentì la pubblicazione di un articolo, duro sin nel titolo (Sotto il giogo bolscevico: l’Ucraina nel terrore), apparso il 7 luglio 1933 nell’«Osservatore romano» con l’approvazione anche dal segretario di Stato Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII), pur fautore di un atteggiamento cauto sulla questione dei soccorsi agli affamati(22).

Comunque, alla fine dell’anno il combattivo d’Herbigny fu inviato in Francia e, in tal modo, emarginato di fatto dalla guida della commissione Pro Russia (dalla quale verrà formalmente destituito mesi dopo). Se il governo comunista di Mosca riuscì negli anni Trenta, grazie al silenzio delle diplomazie straniere, ad occultare la spaventevole tragedia della carestia, assai più agevole fu il suo compito negli anni della «guerra antifascista» e soprattutto nel periodo postbellico. Scarso peso ebbero, come si è già detto, le poche voci dei corrispondenti stranieri che denunciarono la morte per fame di milioni di agricoltori in Ucraina e in altre regioni dell’URSS. Ancor meno fu l’impatto sull’opinione pubblica occidentale di quanti ‒ in verità non molti ‒ vollero ricordare quel terribile misfatto di Stalin dopo il 1945, negli anni in cui l’Unione Sovietica era circonfusa dell’aureola della vittoria sulla Germania nazista ed esaltata come la salvatrice dell’umana civiltà. Le poderose macchine organizzative dei maggiori partiti comunisti occidentali, che fungevano da grancassa della propaganda sovietica, impedirono l’affiorare della verità. Tipica è, a questo riguardo, la furibonda guerra condotta dai comunisti francesi e italiani contro Viktor Andrijovič (Andreevič) Kravčenko (Kravchenko nella traslitterazione anglo-americana, con la quale è meglio noto).

All’inizio dell’aprile 1944 un membro della missione commerciale sovietica a Washington chiese asilo politico al governo americano, e denunciò poi in un’intervista al «New York Times» il regime comunista dell’URSS. Due anni dopo uscì il suo grosso libro di memorie I Chose Freedom, tradotto in francese nel 1947 e in italiano nel 1948. Ne era autore per l’appunto Kravchenko il quale, dopo aver rievocato l’infanzia in Ucraina e l’ambiente familiare (era nato nel 1905, e il padre aveva partecipato alla prima rivoluzione russa), raccontava le sue molteplici esperienze vissute nell’URSS: il lavoro come semplice operaio, il servizio militare nell’armata rossa, l’adesione al partito bolscevico, l’esperienza di studente lavoratore, l’impegno in fabbrica come ingegnere, le vessazioni subite nel 1937, lo scoppio della seconda guerra mondiale. Kravchenko parlava anche della sua attività politica nelle campagne ucraine all’epoca della collettivizzazione e della carestia. Il suo libro era insomma ben più di un resoconto memorialistico; era un onesto e vivido affresco della società sovietica, urbana e rurale, negli anni ’20 e ’30: un’opera che ancor oggi dovrebbe essere una lettura obbligata per quanti vogliono conoscere quel mondo, un’opera che possiamo considerare la miglior introduzione alla storia dell’URSS tra le due guerre. Che cosa diceva Kravchenko, basandosi sui suoi ricordi di attivista bolscevico, della grande fame del 1932-1933? Egli raccontava dapprima gli orrori della collettivizzazione, per poi descrivere la situazione dei villaggi ucraini dove egli era stato inviato dal partito assieme ad altri giovani compagni.

Ecco cosa egli apprese dalla padrona di casa dell’isba dove fu alloggiato: «Non vi parlerò dei morti, perché sono sicura che la sapete lunga anche voi a questo proposito; ma quelli che sono quasi morti, sono ancor più da compiangere. Vi sono, a Petrovo, centinaia di persone sfinite dalla fame e ne muoiono non so quante ogni giorno. Certuni sono così deboli che non riescono nemmeno più a uscire di casa… Ogni tanto un carro percorre il paese e raccoglie i cadaveri. Abbiamo divorato tutto quello che ci capitava per le mani: gatti, cani, topi, uccelli. Domattina, quando farà giorno, vedrete che gli alberi non hanno più corteccia; abbiamo mangiato anche quella. Abbiamo divorato persino il letame dei cavalli…». Senza dubbio, dovevo avere un’espressione incredula, perché ella si affrettò a riprendere: «Sicuro, il letame dei cavalli. Capirete, a volte ci si trovan dentro persino dei chicchi di grano intieri». Girando in quel villaggio stremato dalla fame, si vedeva la gente morire «lentamente, orribilmente, nella solitudine più completa e senza neppure avere la consolazione di sacrificarsi per una grande causa»: Lo spettacolo più pauroso era quello dei bambini, con le membra di una magrezza scheletrica, e i ventri enfiati e grossi come palloni.

La fame aveva cancellato dai loro piccoli visi ogni traccia di gioventù; solamente i loro occhi conservavano ancora qualcosa dell’ingenuità infantile. Dappertutto, nelle vie del villaggio, urtavamo contro uomini e donne che giacevano immobili, il corpo e il viso atrocemente segnati dalla fame, lo sguardo vuoto… Eppure, a una certa distanza dal villaggio era situata una fabbrica di burro, al cui interno si vedevano «pani di burro che venivano tagliati per essere avvolti in fogli di carta sui quali si poteva leggere la seguente iscrizione, in inglese: URSS BUTTER EXPORT». Il direttore confessò di non poter dare ai contadini, che ne facevano richiesta, neppure una minima quantità di latte, dovendo adempiere gli obblighi del piano produttivo. Quando Kravchenko riferì delle cose viste al segretario regionale del partito, si sentì rispondere che anche a lui il cuore sanguinava per le sofferenze dei contadini, ma che non si poteva agire diversamente: «Tu sei un futuro ingegnere, mi è stato detto, e un buon lavoratore del partito, ma non sono sicuro che tu comprenda bene ciò che sta succedendo. Una lotta senza pietà, una lotta a morte, si scatena in questo momento tra il Governo e i contadini. L’anno testè terminato ci ha permesso di dare la misura della nostra forza. È stata necessaria una carestia per far comprendere ai contadini chi comanda in questo paese. Il sistema delle colture collettive è costato milioni di vite, ma è ora solidamente radicato. Noi abbiamo vinto la guerra» (23). Dai brani appena citati è facile arguire perché il libro abbia fatto a suo tempo tanto scalpore; ma, per la medesima ragione, esso suscitò anche la furibonda reazione dei comunisti là dove, come l’Italia e la Francia, essi vantavano un seguito di massa e un formidabile apparato di propaganda. In entrambe le nazioni la violenta campagna diffamatoria contro Kravchenko approdò in tribunale, pur concludendosi in una maniera che deluse i gendarmi italo-francesi di Stalin.

Nel 1949 ci fu a Parigi un memorabile processo, in cui comparvero come testimoni non solo molti burattini scelti dal Cremlino, ma anche qualche nobile martire politico, come la tedesca Margarete Buber-Neumann, che aveva languito nelle prigioni sia di Hitler che di Stalin, e la cui deposizione fu l’episodio più toccante del dibattimento. Il settimanale comunista «Les Lettres Françaises» ‒ che aveva accusato Kravchenko di esser al soldo dei servizi segreti statunitensi, ai quali era da attribuire la fabbricazione del libro ‒ si vide condannare a pene pecuniarie. Neppure il partito di Togliatti riuscì a impedire la circolazione e la vendita del libro (24). Ma un effetto la campagna orchestrata dai comunisti occidentali l’ebbe nel lungo periodo. L’etichetta di servo dell’imperialismo occidentale impedì che Kravchenko venisse letto e conosciuto dall’intellighenzia benpensante, succube della propaganda sovietica in occidente. La circostanziata denuncia del dissidente, bollato come denigratore dell’URSS e del socialismo, trovò udienza solo nel pubblico di tendenze conservatrici (destino peraltro simile a quello di comunisti eretici, come Trockij, le cui opere furono a lungo ostracizzate dalla sinistra ufficiale e pubblicate da case editrici «borghesi» o per iniziativa di gruppuscoli rivoluzionari). Fin quasi al crollo dell’URSS, i misfatti descritti da Kravchenko furono giudicati dall’intellighenzia influente nell’Europa occidentale alla stregua di pure invenzioni o di inverosimili esagerazioni. Dopo il rapporto segreto letto da Chruščëv al XX congresso del PCUS, nel febbraio 1956, la sinistra ufficiale si infervorò e si commosse per il Grande Terrore degli anni ’30 (ormai ammesso dai signori del Cremlino), ma seguitò a ignorare la morte per inedia di milioni di contadini (evento negato anche dai successori di Stalin).

Per molti lustri furono le comunità ucraine all’estero, e in special modo quelle più danarose residenti negli USA, a tener viva la memoria della grande fame del 1932-1933, raccogliendo testimonianze e cercando ‒ senza troppo successo ‒ d’informare l’opinione pubblica. Gli storici, invece, si interessarono poco o punto degli aspetti più orrifici della collettivizzazione, limitandosi tutt’al più a menzionare le violenze e le deportazioni che accompagnarono l’«edificazione del socialismo» nelle campagne sovietiche. Avanti di chiudere questa mesta rassegna dei riusciti tentativi di occultare e negare la verità, converrà ricordare la solitaria battaglia di un intellettuale il quale, per primo, osò parlare di genocidio. Raphael Lemkin (1900-1959) proveniva da una famiglia ebraica della regione di Grodno, che oggi fa parte della Bielorussia e che era stata una provincia dell’impero russo prima di passare alla Polonia dopo la grande guerra. Compì gli studi universitari a Leopoli, dove frequentò la facoltà di giurisprudenza, interessandosi in special modo di diritto penale internazionale e indagando, tra l’altro, sul massacro degli armeni durante la prima guerra mondiale. Dopo l’invasione tedesca della Polonia, migrò in vari paesi per approdare infine negli Stati Uniti. Qui scrisse una circostanziata denuncia dei crimini della Germania nazista nei paesi europei da essa occupati. Fu lui, durante la guerra, ad usare per primo il termine «genocidio», che entrò poi a far parte del lessico ufficiale delle Nazioni Unite. Finita la guerra e sconfitto il nazismo, Lemkin concentrò la sua attenzione sulla politica espansionistica e oppressiva dell’Unione Sovietica nell’Europa orientale, ravvisandovi una deliberata volontà di cancellare le tradizioni nazionali e l’identità di quei popoli. Entrato in contatto con la comunità ucraina degli Stati Uniti, accettò nel 1953 l’invito a commemorare a New York la grande fame di vent’anni prima. In quell’occasione pronunciò un intervento di chiara e netta denuncia delle responsabilità del governo di Mosca. Il suo Soviet Genocide in Ukraine inseriva la distruzione della nazione ucraina nel più ampio programma di russificazione, perseguito con tenacia dal regime comunista in continuità con la brutale politica dell’impero zarista. Il genocidio ucraino non era che la logica prosecuzione, su scala più ampia, della guerra contro le minoranze nazionali (i tatari di Crimea o gli ebrei) condotta, prima del 1917, dal regime zarista. Il caso ucraino faceva parte di un più ampio progetto criminoso: «È parte essenziale del programma sovietico di espansione, perché offre un modo rapido di trasformare in unità la diversità delle culture e delle nazioni che costituiscono l’impero sovietico». Vi erano, senza dubbio, differenze tra l’olocausto, mirante al totale annientamento fisico degli ebrei, e l’attacco alla nazione ucraina, volto all’assorbimento di quest’ultima nella nazione sovietica: Eppure, se il programma sovietico ha completo successo, se l’intellighenzia, i preti e i contadini possono esser eliminati, l’Ucraina sarà morta come se ogni ucraino venisse ucciso, perché avrà perduto quella parte di se che ha custodito e sviluppato la sua cultura, le sue credenze, le sue idee comuni, le quali l’hanno guidata e le hanno dato un’anima e, insomma, ne hanno fatto una nazione anziché una massa di gente (25). Quella di Lemkin rimase a lungo la voce solitaria di chi grida nel deserto.


1 V. GROSSMAN, Tutto scorre. Romanzo, trad. di Pietro Zveteremich, Mondadori, Milano 1971. Le citazioni saranno tratte da questa edizione. Segnalo comunque un’altra pregevole traduzione italiana, curata da Gigliola Venturi e apparsa nel 1987 per i tipi di Adelphi.

2 Sull’opera di disinformazione di Duranty e sui coraggiosi tentativi di smascherarla, si legga la Presentazione di Federigo Argentieri a R. CONQUEST, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, tr. it., Liberal edizioni, Roma 2004.

3 The Foreign Office and the Famine. British Documents on Ukraine and the Great Famine of 1932-1933, Edited by Marco Carynnyk, Lubomyr Y. Luciuk and Bohdan S. Kordan, With a Foreword by Michael R. Marrus, The Limestone Press, Kingstone, Ontario ‒ Vestal, New York 1988, p. XXXII.

4 S. J. TAYLOR, A Blanket of Silence: The Response of the Western Press Corps in Moscow to the Ukraine Famine of 1932-33, nel volume Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933: Western Archives, Testimonies and New Research, Edited by Wsevolod W. Isajiw, The Basilian Press, Toronto 2003, pp. 79-82.

5 Su Jones, e sulla sua denuncia della carestia in Ucraina, ricordo che è ora uscita una documentata monografia: R. GAMACHE, Gareth Jones: Eyewitness to the Holodomor, Welsh Academic Press, Cardiff 2013.

6 Gli articoli di Lang sono stati pubblicati da Roman Serbyn in traduzione inglese, con un’ampia notizia storica, in «Holodomor Studies», Vol. 2, No. 2, Summer-Autumn 2010, pp. 203-248.

7 Cit. in The Foreign Office and the Famine, cit., p. XXXI.

8 Ne fu presto approntata una traduzione italiana: W. H. CHAMBERLIN, L’età del ferro della Russia, Einaudi, Torino 1937.

9 Ivi, pp. 67-68.

10 La traduzione italiana apparve qualche anno dopo: W. H. CHAMBERLIN, Storia della rivoluzione russa, 2 voll. Einaudi, Torino 1941 (e successive edizioni).

11 The Foreign Office and the Famine, cit., p. 322.

12 R. SERBYN, The Great Famine of 1933 and the Ukrainian Lobby at the League of Nations and the International Red-Cross, «Holodomor Studies», Vol. 1, No. 1, Winter-Spring 2009, p. 115.

13 C. BREUER, Die ‘Russische Sektion’ in Riga. Amerikanische diplomatische Berichterstattung über die Sowjetunion, 1922-1933/40, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1995, pp. 209-210.

14 Lettere da Kharkov. La carestia in Ucraina e nel Caucaso del Nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, a cura di Andrea Graziosi, Einaudi, Torino 1991. Ne è da poco uscita un’edizione francese con una nuova introduzione del curatore: Lettres de Kharkov. La famine en Ukraine, 1932-1933, Textes réunis et présentés par Andrea Graziosi avec la collaboration d’Iryna Dmytrychyn, Préface de Nicolas Werth, Les Éditions Noir sur Blanc, Lausanne 2013.

15 O. SUBTELNY, German Diplomatic Reports on the Famine of 1933, nel volume cit. Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933, pp. 18-21.

16 JA. V. KOSHIW, The 1932-33 Famine in the British Government Archives, nel volume cit. Famine-Genocide in Ukraine, 1932-1933, pp. 52-59.

17 The Foreign Office and the Famine, cit. p. 194. Si veda anche l’edizione curata da Tony J. Kuz: A. CAIRNS, The Soviet Famine 1932-33: An Eye-Witness Account of Conditions in the Spring and Summer of 1932, Edited by Tony Kuz, University of Alberta, Edmonton (Alberta) 1989.

18 A. BASCIANI, La Romania e la grande carestia del 1932-1933, «Mondo contemporaneo», n. 2-2009, pp. 103-110. Del medesimo autore si veda anche il più recente From Collectivization to the Great famine: Eywitness Statements on the Holodomor by Refugees from the Ukrainian SSR, 1930-1933, «Holodomor Studies», Vol. 3, No. 1 (Winter-Spring 2011, pp. 1-27). Sulla Romania nel Novecento, rinvio a un’eccellente sintesi: F. GUIDA, Romania, Edizioni Unicopli, Milano 2005.

19 B. M. PATENAUDE, The Big Show in Bololand. The American Relief Expedition to Soviet Russia in the Famine of 1921, Stanford University Press, Stanford, 2002. 20 Si veda lo studio di Giorgio Petracchi La missione pontificia di soccorso alla Russia, 1921-1923, nel volume Santa Sede e Russia da Leone XIII a Pio XI, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2002, pp. 122-180.

21 The Holy See and the Holodomor. Documents from the Vatican Secret Archives on the Great Famine of 1932-1933 in Soviet Ukraine, Edited by Athanasius D. McVay and Lubomyr Y. Luciuk, Afterword by Laura Pettinaroli, The Kashtan Press, Kingston, 2011.

22 Ivi, pp. X, XXVI (nota 62) e 27-29. 23 V. KRAVCHENKO, Ho scelto la libertà, Longanesi, Milano 1948, pp. 210, 219-220, 226, 242-243.

24 G. KERN, The Kravchenko Case. One man’s war on Stalin, Enigma Books, New York 2007; per una ricostruzione del processo parigino, si legga E. JAUDEL, L’Aveuglement. L’affaire Kravchenko, Michel Houdiard, Paris 2003; sulla primissima ricezione di Kravchenko in Italia, si veda R. MAFFEI, Quando Kravchenko scelse la libertà. I suoi articoli sul giornale italiano «La Patria» nel 1946, «Nuova Storia Contemporanea», anno XVIII, Nº 1 (gennaio-febbraio 2014), pp. 89-115.

25 L’intervento Soviet Genocide in Ukraine si può leggere, preceduto da un puntuale commento di Roman Serbyn, all’inizio del primo numero della rivista scientifica dedicata alla tragedia ucraina del 1932-1933 («Holodomor Studies», Vol. 1, No. 1, Winter-Spring 2009, pp. 1-8). Si veda ora il volumetto che, oltre ad un’introduzione storica di Douglas Irvin-Erickson, riproduce il dattiloscritto originale, il testo a stampa e una traduzione ucraina del discorso di Lemkin: R. LEMKIN, Soviet Genocide in the Ukraine, Kashtan Press, Kingston, Ontario, 2014.

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