La propaganda di Putin - prima parte

La propaganda di Putin - prima parte

Russia, i troll a servizio di Putin: ecco la propaganda del Cremlino (contro Kiev) - Svelata da un blogger la "macchina della disinformazione" che agisce su forum e social attraverso una rete di lavoratori istruiti sulle parole chiave da usare a sostegno di Mosca. E se non si pubblicano 135 commenti a turno, si paga la multa.

Il giro di “pacchetti” di commenti fasulli a pagamento sui siti di recensioni, a confronto, è roba da principianti. In questo caso, gli utenti inviati nei forum con il solo compito di commentare compulsivamente i contenuti, agiscono a favore del Cremlino. “I troll di Putin”, li ha chiamati la stampa internazionale. Lavoratori assoldati per turni di 12 ore l’uno – lavorano due giorni sì, e due no – per animare il dibattito politico in base a determinate parole chiave che rendano post e articoli più facilmente rintracciabili dai motori di ricerca. Lavoratori con una corposa quantità di profili fake che prestano mani e occhi alla propaganda.

A raccontare nel dettaglio il funzionamento di questa macchina è Radio Free Europe/Radio Liberty, alla quale, nelle scorse settimane, alcuni degli impiegati in questione hanno raccontato la propria storia. Il più recente è il blogger Marat Burkhard, che ha svolto servizio per due mesi per il programma (“Internet Research”) e ha fornito particolari sia sul reclutamento, che sullo svolgimento delle proprie mansioni. I colloqui prevedono delle prove scritte di testo, ha spiegato nella lunga intervista, che partono da argomenti neutri e vanno pian piano al nocciolo della questione, per capire se il candidato abbia o meno ideologie non aderenti alla causa.

L’edificio dove ha lavorato Burkhard era di quattro piani, e negli altri uffici, dove però non è mai entrato, si produceva informazione. Nel suo reparto erano in 20 e la paga seguiva la logica della quota di produzione: per raggiungere il totale di 45mila rubli mensili (circa 700 euro), i commenti scritti dovevano essere 135 per turno. Il gruppo lavorava in squadre di tre, perché per garantire una sensazione di maggiore autenticità al dibattito, uno avrebbe fatto il “cattivo”, mentre gli altri due sarebbero corsi in difesa delle autorità (per esempio sui siti comunali e di istituzioni locali).

“Ci davano 5 parole chiave per i motori di ricerca, da usare in ognuno dei commenti – tipo “esercito russo”, “ministro della difesa” – e non è nemmeno facile includerli in 200 caratteri (minimo) di commento; alcuni non sono neppure declinabili” ha spiegato il blogger.

L’esempio di un’assegnazione quotidiana poteva essere il seguente, riporta Rfe. Tema: “Le truppe della Nato sono integrate alle forze armate ucraine”. Keywords: “ucraina notizie”, “russia e ucraina”, “politica ucraina”, “ucraina”, “Nato”, “Pmc”. Compito: portare in alto l’argomento su 35 forum comunali.

La notizia veniva costruita da un altro reparto, e da lì, tra video creati ad hoc a supporto, e condivisioni varie tra siti e testate, il lavoro dei troll avrebbe preso il via.

Documenti delle assegnazioni giornaliere sarebbero stati pubblicati a inizio marzo dal quotidiano indipendente di San Pietroburgo My Region, mentre Rfe, in un’inchiesta precedente all’intervista, racconta anche la struttura del progetto Internet Research: “È finanziato attraverso una holding guidata da ‘cuoco personale’ del presidente Vladimir Putin, Evgeny Prigozhin” e “gestito ufficialmente da un colonnello della polizia in pensione, Mikhail Bystrov”.

Così la testata descrive la macchina della disinformazione e del brusio creato ad hoc per indirizzare i messaggi desiderati. Ogni reparto ha un suo compito, ce n’è uno specializzato per Facebook, così come ci sono quelli in lingue diverse, quelli che si infiltrano nei forum delle grandi testate straniere. A Marat è stato proposto di lavorare nel reparto inglese, ma quando in sede di colloquio si è definito “apolitico”, la sua scalata di carriera si è fermata lì.

Il lavoro degli impiegati è costantemente sotto controllo (500 rubli di multa per un ritardo), e gli errori ideologici si pagano cari: “Ho visto licenziare una persona proprio davanti a me”.

Da Il Fatto Quotidiano del 31 marzo 2015

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