Liu Xiaobo

Una scarna nota dell’Ufficio giudiziario di Shenyang postata ieri pomeriggio sul web ha annunciato la morte di Liu Xiaobo, oppositore cinese, intellettuale e premio Nobel per la Pace, deceduto a 61 anni.

Un epilogo atteso dopo l’intera giornata senza più bollettini medici ad aggiornare il quadro clinico disperato della serata di mercoledì: la morte è avvenuta per «insufficienza di diversi organi primari», nonostante gli sforzi dei dottori cinesi e le consultazioni con gli specialisti stranieri invitati appena una settimana fa, forse troppo tardi. Il governo cinese ha una «responsabilità pesante» per la sua morte «prematura», ha accusato il comitato per il Premio Nobel. Su sua moglie, Liu Xia, scrittrice e poetessa, agli arresti domiciliari senza processo dopo l’assegnazione «in absentia» del Nobel, si è subito spostata l’attenzione.

Dal segretario di Stato Usa Rex Tillerson e dall’Ue sono arrivati appelli a Pechino a liberare la vedova del dissidente, consentendole di lasciare il Paese. Nei giorni scorsi, pur con il rapido peggioramento ciclico, l’ultima mossa di Liu è sembrata quella di provare a mettere in salvo proprio la moglie, rifiutando di essere intubato e sperando nel trasporto all’estero mai concesso dalle autorità cinesi.

Diagnosticato a maggio, il cancro al fegato in fase avanzata è diventato pubblico a fine giugno: da allora, amici, attivisti dei diritti umani e governi stranieri, tra cui Germania e Usa, hanno sollecitato Pechino perché permettesse le migliori cure all’estero. Dopo un braccio di ferro è stata concessa la visita di due specialisti, un tedesco e un americano, che il 9 luglio hanno diffuso un comunicato in cui Liu e famiglia chiedevano di continuare le cure in Germania o Usa, mentre i due luminari assicuravano fattibile il suo trasporto che sarebbe stato organizzato «il più velocemente possibile».

La Cina ha opposto, a spiegazione del diniego, le condizioni di salute troppo compromesse. Il 10 luglio, il First Hospital of China Medical University, l’ospedale dove Liu è stato ricoverato dal carcere, ha ribadito che le condizioni erano «critiche» e che non c’erano margini per procedure invasive o chemioterapia. Liu, eroe di piazza Tiananmen a fianco degli studenti nel 1989, fu tra gli ispiratori di «Carta 08», manifesto del 2008 con il quale si chiedevano riforme e svolta democratica con la fine del modello del Partito comunista, unico soggetto nella vita dello Stato.

La mossa gli costò nel 2009 la pena a 11 anni di reclusione per «incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato».

Nel 2010 gli fu assegnato il Nobel per la Pace in forza della «sua lunga e non violenta battaglia per i diritti fondamentali dell’uomo in Cina». «Non ho nemici, non provo odio», scrisse Liu nel testo della premiazione di Oslo letta dall’attrice Liv Ulmann davanti alla sua sedia vuota. «La libertà di espressione è fondamento dei diritti umani, fonte dell’umanità e madre della verità», è quanto espresse Liu, «e soffocare la libertà di parola è calpestare i diritti umani, reprimere la libertà e la verità».

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