Renato Cristin

Renato Cristin - La crisi siriana

Articolo di Renato Cristin per © La Verità, 19 aprile 2018
Tanti scordano che nella crisi siriana è in ballo l’esistenza stessa di Israele
Stati Uniti o Russia? La crisi siriana da una nuova prospettiva. Quali sono realmente gli interessi nazionali italiani? Non quelli che ci vuol imporre l’Unione Europea, ma nemmeno quelli della Russia. La difesa di Israele rientra fra gli interessi dell’Italia, perché per gli europei quella difesa è un’obbligazione storica e morale. Attenzione che il positivo “spirito di Pratica di Mare” non diventi un nuovo spirito di Monaco 1938.

In Italia, il bombardamento calibrato contro installazioni militari siriane ha suscitato, com’era prevedibile, reazioni diverse ma unite nella preoccupazione che non rappresenti la miccia per scatenare una nuova guerra nella regione. In questa chiave di lettura e restringendo l’analisi al centrodestra, le prese di distanza dalla decisione anglo-franco-americana sono comprensibili. Anche il conseguente timore che un eventuale riaccendersi del conflitto interno siriano possa rianimare i tramortiti resti dell’Isis, con possibili ripercussioni terroristiche su scala europea, giustifica l’apprensione con cui si guarda alle decisioni occidentali. Inoltre, il richiamo agli alleati a non ricadere nel tragico errore che ha dato vita alla cosiddetta primavera araba, che ha distrutto la Libia e ridato forza al mostro del terrorismo islamico, è un opportuno e intelligente monito di carattere storico-politico. Attenti a non destabilizzare i regimi (e il monito dovrebbe riguardare anche quello egiziano, bastione difensivo anti-islamista), perché l’ascesa del sistema-Isis è direttamente proporzionale al loro crollo.
Lo sguardo italiano è dunque di ampio raggio, anche perché edotto da una certa vicinanza geografica e da una lunga esperienza storica di vicende arabe. Ma nessuno, né fra coloro che hanno criticato l’azione alleata, né fra coloro che l’hanno più o meno tacitamente sostenuta, ha preso in considerazione quel pezzo di Occidente immerso nel calderone medio-orientale che è lo Stato di Israele, o almeno non ne ha in questo momento analizzato la condizione e il punto di vista. Se proviamo a metterci nella prospettiva israeliana e a farla interagire con i veri interessi dei popoli europei, qualcosa di essenziale dovrà cambiare nelle prese di posizione sopra indicate. E’ noto a tutti che Israele sia profondamente inquietato dall’espansione iraniana, e che questa inquietudine non esprima un semplice timore strategico ma una preoccupazione esistenziale: per l’Europa si tratta di un problema geopolitico, per Israele è una questione di vita o di morte.
Perciò, la domanda inaggirabile è: nel nostro Paese si è accettata l’idea che le forze armate iraniane possano tranquillamente acquartierarsi in Siria, organizzarsi e allestire strutture offensive al confine settentrionale di Israele? Se, in una recente intervista, un generale italiano dal prestigioso stato di servizio analizza i rischi di conflitto sullo scacchiere siriano senza mai menzionare, nemmeno di striscio, Israele, sembra purtroppo che quella presenza sia ormai digerita. Ma è proprio questo il problema. Riteniamo che l’antisionismo sia diverso dall’antisemitismo? Alcuni atteggiamenti dell’Unione Europea e dell’ONU sembrano sostenere questa differenza, ma si tratta di una visione dagli effetti catastrofici, perché disgiungere gli ebrei dallo Stato di Israele significa aggredire entrambi. L’elemento inedito, che deve necessariamente modificare l’atteggiamento europeo nei confronti della crisi medio-orientale, è la saldatura sul terreno tra hezbollah libanesi e pasdaran iraniani avvenuta grazie al regime siriano e all’intervento russo, sancita anche dal recente vertice fra Russia, Iran e Turchia. La collaborazione sottotraccia ma concreta che l’Arabia Saudita del promettente principe Mohammad bin Salman ha instaurato con lo Stato ebraico è la prova della consistenza e della pericolosità di quella saldatura.

In questo quadro, Israele è esposto a una minaccia mortale, ma nemmeno l’Europa deve sentirsi tanto sicura. Meno grave del larvato piano di aggressione o di pesante intimidazione a Israele da parte dell’Iran, ma non meno pericoloso in prospettiva è infatti il rafforzamento di uno Stato teocratico islamista a ridosso delle frontiere sud-orientali dell’Europa. Mosca ha portato l’Iran sul Mediterraneo, e questo è un fatto. E che l’Iran non sia propriamente un amico dell’Occidente è un altro fatto. Ed è una certezza storica e morale che la difesa di Israele, come Stato, come popolo e come simbolo, deve rientrare in pieno fra gli interessi dell’Europa.
E’ vero che per l’Italia, a fare da cardine e da orientamento in questo complesso e non poco caotico scenario deve essere l’interesse nazionale. Ma se su alcuni punti – come il blocco dell’immigrazione, la valorizzazione della produzione industriale, artigianale e agricola, la difesa della nostra identità culturale – c’è, almeno nel centrodestra, piena chiarezza e unità di vedute, non sempre si riesce a decifrare quali siano i nostri interessi nella nebulosa internazionale.
L’acquiescenza dell’Unione Europea verso l’Iran e verso il mondo islamico in generale coincide con gli interessi italiani? La medesima accondiscendenza nei confronti dell’attuale regime turco è nell’interesse italiano? La freddezza verso Israele è nostro interesse? E la vecchia amicizia con i palestinesi? E oggi, soprattutto, come regolarci nei confronti della Russia? La Russia può e deve essere un partner, economico in primo luogo e politico a seconda della posizione che essa di volta in volta assumerà nello scenario globale, ma il nostro alleato, pur con oscillazioni di intensità storicamente inevitabili e nella nostra piena libertà di critica, sono e restano gli Stati Uniti. La nostra bussola è simbolicamente espressa nella rosa dei venti della NATO, il cui ampliamento a Est è l’esito di una richiesta di quei Paesi che fino a trent’anni fa si trovavano dall’altra parte della cortina di ferro.
Perché i Paesi del gruppo di Vysehrad sono così sospettosi, per usare un eufemismo, nei confronti della Russia? Sarà un retaggio psicologico della dominazione sovietica e, per quanto riguarda soprattutto la Polonia, delle ancor precedenti invasioni zariste, o si tratta invece di una posizione razionale che nasce dalla loro esperienza più recente di come la Russia sia distante, talvolta indifferente talvolta ostile, rispetto allo spirito europeo? Quelle nazioni, di antico lignaggio, che non sono pregiudizialmente avverse alla Russia né acriticamente azzerbinate agli USA vanno ascoltate, per capire meglio anche noi stessi. Bisogna capire perché il discorso di Trump a Varsavia del luglio 2017 abbia entusiasmato i polacchi, e perché tale discorso si debba collocare, per altezza politica e morale, sullo stesso piano di quello di Kennedy davanti al muro di Berlino.
Per l’Italia tali questioni sono importanti, e per il centrodestra che, prima o poi, legge elettorale permettendo, dovrà governare sono addirittura fondamentali, perché costituiscono il sostrato della visione del mondo che esso dovrà esprimere e promuovere nella società, diffondere e insegnare alle giovani generazioni, affinché acquisiscano quel senso della storia che purtroppo la scuola non riesce più a fornirgli. Il principio a cui ispirarci è sempre quello dell’azione diplomatica, nel senso più ampio e alto del termine, per conciliare interessi divergenti e generare un processo virtuoso o almeno un compromesso accettabile. Qui però all’interesse deve accompagnarsi l’onore, che si regge a sua volta sulle idee. Non sempre l’interesse combacia con l’onore, ed è questo concetto che, pur senza trascurare il primo, va oggi individuato nel turbinio storico e rivalutato come principio guida dell’agire politico. Attenzione perciò a che quello che è stato definito «lo spirito di Pratica di Mare» non perda il suo orientamento e diventi un nuovo spirito di Monaco 1938. L’acquiescenza verso i totalitarismi oggi non è più consentita.

Articolo di Renato Cristin

Renato Cristin è docente di Ermeneutica filosofica all'Università di Trieste. Ha curato l'edizione italiana di opere di Husserl, Heidegger, Gadamer. Tra le sue pubblicazioni: Heidegger e Leibniz. Il sentiero e la ragione, Bompiani, Milano 1990; Phanomenologie in Italien, Konigshausen & Neumann, Wurzburg 1995; Fenomeno storia. Fenomenologia e storicità in Husserl e Dilthey, Guida, Napoli 1999; e, con S. Fontana, Europa al plurale. Filosofia e politica per l'unità europea, Marsilio, Venezia 1997.

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