La biografia di  Aleksandr Solženicyn

La biografia di Aleksandr Solženicyn

Ljudmila Saraskina – docente universitaria in Russia, Danimarca, Polonia e USA, nota studiosa di letteratura, specializzata in particolare su Dostoevskij (1821-1881), di cui è considerata una dei massimi esperti mondiali – ha lavorato per otto anni alla biografia di Aleksandr Isaevič Solženicyn (1918-2008). Ha potuto consultare i materiali del suo archivio privato, utilizzare documenti originali, ha letto l’intera sua opera, ha visitato i suoi luoghi, recandosi anche nel Vermont dove il premio Nobel del 1970 ha vissuto dal 1976 al 1994, lo ha più e più volte intervistato e interpellato. Ne è risultata una monumentale biografia, pubblicata in Russia nel 2008, prima che Solženicyn morisse, tanto che, nonostante si approssimasse ai novant’anni e alla fine del suo tempo, l’ha letta integralmente e approvata (forse l’ultima sua gigantesca impresa).

Una biografia autorizzata dunque – premiata in Russia, tra l’altro, quale «Libro dell’anno» –, che dalla fine del 2010 è a disposizione del lettore italiano grazie alla sua pubblicazione, curata dal grande slavista Adriano Dell’Asta per l’Editrice San Paolo (pp. 1448, €. 84,00), in una pregevole traduzione a più mani. Nelle quasi millecinquecento pagine – compresa un’utilissima cronologia finale e senza apparato critico, se non nella bibliografia finale, per non appesantire la già ragguardevole mole dell’opera –, che, com’è stato scritto, «si leggono come un romanzo», non solo è narrata la vita di Solženicyn, dei suoi avi prossimi e remoti e della sua famiglia, ma è presente il senso stesso della sua esistenza e della sua opera. Riassunto in esergo, per la parte più rilevante, nell’intentio dichiarata dallo stesso scrittore: «Vorrei essere la memoria. La memoria di un popolo che ha patito una grande sciagura».

Ne emerge una personalità che in qualche modo trascende quella del semplice – si fa per dire, attesa la mole quantitativa, ma soprattutto qualitativa, della sua produzione – scrittore o storico, spasmodicamente tesa com’è al compimento di una missione, che da un certo momento in avanti è intenzionalmente vissuta ed adempiuta davanti a Dio e in obbedienza al Suo mandato, sub specie aeternitatis.

«Cominciò il periodo di confino e al suo inizio il cancro. Nell’autunno del 1953 sembrava assai probabile ch’io avessi solo pochi mesi di vita. In dicembre i medici […] confermarono che non mi rimanevano più di tre settimane. «Tutto quanto avevo memorizzato nei lager minacciava spegnersi con la mia testa. «[…] Durante quelle ultime settimane promesse dai medici […], di sera e durante le notti rese insonni dal dolore mi urgeva la necessità di scrivere: con scrittura minutissima riempivo i fogli, ne arrotolavo diversi insieme e li infilavo in una bottiglia di spumante vuota. Sotterrai la bottiglia nel mio orto e a capodanno del 1954 partii per Taškent per morirvi. «Tuttavia non morii (dato il trascuratissimo tumore acutamente maligno, questo fu un miracolo di Dio, e solo come tale lo interpretai. L’intera vita che mi è stata restituita da allora non mi appartiene più nel senso completo della parola, vi è stato immesso uno scopo)».

In quei giorni aveva già riscoperto la fede dell’infanzia, cui l’avevano educato i nonni. Era accaduto in circostanze drammatiche, quelle che fanno emergere l’unum necessarium: la prigionia, dal 1945 al 1953, e il cancro – che, avendoli sperimentati entrambi, costituirà per lui la migliore metafora della natura del comunismo – di cui viene operato all’inizio del 1952 (quello del 1953 ne è una metastasi). La sua rinnovata conversione cristiana – «E ora, con recuperata misura/ Attinta l’acqua della vita,/ Dio dell’Universo! Io credo di nuovo!/ Anche quando ti rinnegavo Tu eri con me…» – diventa allora la cifra stessa della sua vita e della sua opera, condotta con instancabile zelo, senza risparmio di energie, con ritmi di lavoro spaventosi, quasi ossessionato dal timore di perdere quel tempo di cui non è padrone (e non solo, come tutti, perché creatura, ma anche perché creatura resa schiava da un potere perverso), e assistito da una memoria prodigiosa. Talento questo che gli consente nel GULag di ovviare alla condizione di «scrittore clandestino» componendo e tenendo a memoria migliaia di versi e i suoi primi racconti.

Solženicyn, dunque, si sente chiamato a conservare e trasmettere la memoria. Una precisa vocazione che diventa missione: salvare la memoria della tragedia del comunismo, della sua realizzazione tipica, il GULag – l’universo concentrazionario, che è il regime duro di una negazione della libertà e dell’umana dignità che nel resto del territorio è praticata con regime ordinario, secondo Alain Besançon –, e delle sue vittime anonime, i milioni d’«invisibili», e così combatterlo narrandolo. Ma non come un qualunque annalista: il suo è racconto che offre un’alternativa, perché rivela un senso. Il senso della vita dell’uomo, che in ogni momento, ricorda, è chiamato a scegliere tra il bene ed il male, la vera trama della storia, con ricadute tanto spesso inavvertite quanto sempre alla fine epocali.

Solženicyn sa che il confine tra il bene e il male è una linea che attraversa comunque il cuore di ognuno e non esclusivamente le circostanze sociali. Vede bene che l’uomo è il vero protagonista della storia: la sua libertà morale è condizionata sì, ma non determinata dall’ambiente, fossero anche estreme le sue circostanze, quindi ognuno porta sempre su di sé la responsabilità delle sue azioni, verso sé stesso, il suo prossimo «prossimo», l’intera umanità, in ultima analisi verso Dio. Ma non fa difetto allo scrittore la comprensione per la debolezza umana alla luce della misericordia divina, ancorché – o forse proprio perchè – sia con sé stesso severo fino all’intransigenza. Riassumere, o anche darne soltanto conto, tutti gli spunti e le storie che l’opera ci offre è impossibile, e forse sarebbe anche sbagliato provarci. Mi limito ad elencarne alcuni, affidandoli alla buona volontà del lettore, insieme con tutti gli altri che essa contiene. Il destino di persecuzione che si manifesta fin dall’anno di nascita, quel 1918 in cui si mette in moto la macchina del terrore rosso che macinerà milioni di vite e destini, e nella sorte di molti suoi familiari. Il suo ingenuo marxismo-leninismo, umanitario e anti-staliniano, degli anni della gioventù. L’abile eroismo dell’ufficiale di artiglieria che gli meriterà in guerra tre decorazioni (cui se ne aggiunge una nel 1958, dopo la riabilitazione) e una promozione sul campo. Le circostanze del suo arresto. Il rigore morale con il quale si giudicherà, fino a ritenere meritati sia il lager che il cancro, ma certo non nel senso inteso dai suoi aguzzini. Il suo proposito fin dall’infanzia di diventare uno scrittore. La decisione di comporre una storia totale della rivoluzione, cui si applicherà per circa cinquant’anni, da quando ne aveva diciotto (la Ruota rossa, solo parzialmente tradotta in italiano). Le sue vicende sentimentali e i due matrimoni. La nascita dei tre figli maschi quando aveva ormai superato i cinquant’anni. L’epopea «nobeliana». La piena comprensione della malvagità del comunismo. L’individuazione del legame genetico tra la rivoluzione «democratica» del febbraio 1917 e quella bolscevica dell’Ottobre, sicché per Solženicyn l’alternativa all’ateismo marxista non può venire dall’umanesimo senza Dio e dall’illuminismo anticristiano e agnostico. La coraggiosa, impopolare e poco compresa denuncia dei mali dell’Occidente (i «liquami» penetrati dall’ovest nelle società vittime del comunismo passando «al di sotto del Muro»), in particolare con il discorso di Harvard (1978).

Le polemiche anti-occidentali degli ultimi anni della sua vita e la tristezza, mai però disperata (aveva fiducia in Dio, ma anche in Putin), al cospetto del degrado morale e sociale e della crisi demografica della sua Russia – che riteneva comunque conseguenza del comunismo, cui gli «uomini nuovi» (in realtà ex comunisti della «riserva») non avevano saputo porre rimedio, e non del suo crollo. La coraggiosa difesa dei meriti del caudillo Francisco Franco y Bahamonde (1892-1975) e la visita in Vandea, dove rende omaggio alla memoria degl’insorgenti contro-rivoluzionari con un memorabile discorso anch’esso contro la Rivoluzione, «caos con un perno invisibile», che produce un vortice dotato di una forma interna in cui tutto può essere risucchiato. L’attuazione costante della regola esistenziale, ma anche sociale e politica, di «vivere senza menzogna», con riferimento anzitutto alla Verità maiuscola sull’uomo e sul suo Creatore. L’«inattualità» – come scrive Dell’Asta nella sua pregevole introduzione che raccomando particolarmente – di Solženicyn è evidente anche solo da questo elenco. Appare viepiù evidente alla stregua della sua concezione della vita terrena, prospettata tra lo stupore del pubblico a Londra, nel discorso per la consegna del premio Templeton (1983), come «gradino intermedio sulla salita verso una vita superiore. Non dobbiamo precipitare da questo gradino né dobbiamo rimanere a calpestarlo inutilmente per tutto il tempo che ci è concesso». Un’«inattualità» che, insieme con le dimensioni della sua opera e anche di questa sua biografia, potrebbe tenere lontano da entrambe un pubblico folto. Ma i volonterosi ne trarranno un profondo beneficio, culturale e spirituale, e non solo individuale, bensì pure sociale.

Scriveva qualche tempo fa lo storico Ernesto Galli della Loggia, «[…] in Italia non si legge Solženicyn. La maggior parte delle persone colte che conosco non l’ha mai letto. Sembra incredibile, ma è così. Non esiste una edizione tascabile delle opere di Solženicyn. Se lei oggi cerca Arcipelago Gulag in libreria non lo troverà, a meno di esser straordinariamente fortunato. Il grande autore russo viene considerato da noi uno strano personaggio, del quale non si può dir male perché, poverino, è stato per tanti anni prigioniero in un gulag. In Francia, per prendere il paese dove è accaduto l’esatto opposto di quanto accaduto in Italia, i libri di Solženicyn hanno annichilito i gauchistes». Si può opinare che, poiché anche in Italia, finalmente, i gauchistes sembrano essere stati annichiliti, Solženicyn sarà stato letto più di quanto si pensi. Certamente non può dirsi «persona colta» chi non l’abbia letto. Magari cominciando dalla sua biografia autorizzata. Ed in ogni caso l’«inattualità» non è definitiva.

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