In molti libri ed enciclopedie Lenin viene ricordato come rivoluzionario e iniziatore del movimento comunista internazionale. Si dimentica, però, che molti crimini di cui si macchiò più tardi Stalin furono avviati da Lenin stesso. E la cosa non sembra imbarazzare Bersani (e il Pd)

Uno degli errori più grandi che possono essere fatti, limitandosi a letture frettolose, è considerare Lenin meno colpevole di Stalin. In realtà taluni gravi crimini vennero messi in pratica dai rivoluzionari russi subito dopo aver preso il potere. La violenza criminale non è figlia della degenerazione staliniana, dunque, ma era stata teorizzata e messa in pratica anni prima.

Ci soffermiamo su Lenin perché, di recente, dopo le polemiche sulla cosiddetta "cancel culture" legate alla richiesta di rimuovere da taluni ministeri il ritratto di Mussolini, è spuntata una foto (che risale allo scorso mese di giugno) in cui si vede Bersani che parla in una sede del Pd con tre grossi ritratti alle spalle, tra cui campeggia quello di Lenin in mezzo a Gramsci e Togliatti. Tra i punti di riferimento ideali del primo partito della sinistra italiana, dunque, c'è anche Vladimir Il'ič Ul'janov, meglio noto come Lenin?

Sembra incredibile ma a giudicare da certi ritratti, mostrati con orgoglio nella sede dem, è proprio così. Eppure Lenin fu maestro di Stalin nella "pratica del terrore". Decenni di storiografia partigiana hanno contribuito a diffondere il mito di Lenin, che ancora oggi viene ricordato prevalentemente come rivoluzionario, politico, filosofo e scrittore d'ispirazione marxista. Un uomo di pensiero prima che di azione, a cui vengono riconosciute molte attenuanti e che non ha subito l'onta riservata a Stalin. Quasi a voler "salvare il salvabile" del comunismo sovietico, preservando da ogni accusa il suo ideatore-fondatore.

Nel libro "Il terrore rosso in Russia 1918-1923" Sergej Petrovič Mel'gunov ne parla espressamente già nei primi anni Venti del Novecento: "Gli esponenti bolscevichi sono soliti presentare il terrore come conseguenza della collera delle masse popolari: i bolscevichi sarebbero stati costretti a ricorrere al terrore per le pressioni della classe operaia... il terrore istituzionalizzato si sarebbe limitato a ricondurre a determinate forme giuridiche l'inevitabile ricorso alla giustizia sommaria invocata dal popolo". Ma la verità sarebbe stata molto diversa: "E si può agevolmente dimostrare, fatti alla mano, quanto tali affermazioni siano lontane dalla realtà", scriveva Mel'gunov.

La tirannia, gli stermini e il dispotismo contraddistinsero il comunismo sovietico fin dalle origini, come emerso dagli studi di Andrea Graziosi ("L'Urss di Lenin e Stalin", Il Mulino) e nel saggio "Stalin e il comunismo" comparso nel libro "I volti del potere" (Laterza). "Stalin apprese da Lenin la gestione spietata del potere, l'uso elastico dei precetti ideologici a seconda delle circostanze", ha scritto lo storico. E il loro culto della violenza fu presente fin dagli albori. Basti pensare cosa scriveva Lenin nel 1906 soffermandosi sulla presa del potere, per la quale sarebbe stata necessaria una guerra rivoluzionaria "disperata, sanguinosa, di sterminio". E, sempre Lenin (questa volta citando Marx), nel 1918 invitò i bolscevichi a impiegare "metodi barbari" contro i nemici della rivoluzione.

Fu sempre Lenin a ordinare "impiccagioni e torture di massa", scrive Graziosi, esplicitando che la vita di un comunista valeva da 12 a 50 vite contadine (ricorda qualcuno?), a chiedere di punire in modo durissimo i villaggi "covi delle rivolte" e il "banditismo", cancellando villaggi interi che si erano macchiati di una gravissima colpa, aver sviluppato il "libero commercio". In una lettera scritta al Comitato centrale un dirigente definì tale politica "sterminio di massa senza alcuna discriminazione".

Lenin mise inoltre in pratica la "decosacchizzazione" nel 1919, ed arrivò persino ad affamare i nemici mediante la carestia (1921-22), oltre a far deportare gli intellettuali e reprimere i religiosi. Più tardi, negli anni Trenta, appresa la lezione Stalin perfezionò l'arma della fame. A farne le spese furono milioni di ucraini, che definirono la pratica "Holodomor" (sterminio per fame).

Il noto dissidente russo Aleksandr Isaevic Solzenicyn, premio Nobel per la Letteratura nel 1970, ricordò in questo modo la repressione sovietica a Tambov, città roccaforte cosacca, nel 1919: "Folle di contadini con calzature di tiglio, armate di bastoni e di forche hanno marciato su Tambov, al suono delle campane delle chiese del circondario, per essere falciati dalle mitragliatrici. L’insurrezione di Tambov è durata undici mesi, benché i comunisti per reprimerla abbiano usato carri armati, treni blindati, aerei, benché abbiano preso in ostaggio le famiglie dei rivoltosi e benché fossero sul punto di usare gas tossici. Abbiamo avuto anche una resistenza feroce al bolscevismo da parte dei cosacchi dell’Ural, del Don, del Kuban’, del Terek, soffocata in torrenti di sangue, un autentico genocidio".

Che dire infine dei Gulag, i campi di lavoro forzato usati come mezzi di repressione degli oppositori, fondati ufficialmente nel 1930. Esistevano già ai tempi di Lenin: i primi, infatti, furono avviati nel 1923 nelle isole Solovki, nel Mar Bianco. Del resto nel "Che fare?", testo-chiave di Lenin scritto tra il 1901 e il 1902, vi erano già, nero su bianco, le premesse dei crimini del comunismo e delle sue avanguardie.

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