La fabbrica dei troll

Russiagate, la “fabbrica dei troll” raccontata da chi ci ha lavorato: l’inchiesta di FqMillenniuM

Nei documenti inviati al Congresso Usa, Facebook, Twitter e Google svelano che dagli account di un'azienda russa son partiti decine di miglia di post su argomenti "divisivi", dall'omosessualità alla guerra in Siria, anche in piena campagna per le presidenziali. La società si chiama Internet Reserach Agency, ma altro non è che la famigerata centrale della disinformazione putiniana basata a San Pietroburgo. E raccontata in un reportage del mensile del Fatto, che pubblichiamo integralmente. Di Anna Lesnevskaya  | 1 novembre 2017 - Il Fatto Quotidiano

Numeri alla mano, i giganti di internet – Facebook, Twitter, Google – svelano che l’azienda russa Internet Research Agency ha inondato la rete di decine di migliaia di contenuti “divisivi” e “disturbanti”, anche a sfondo razziale e omofobo, che hanno raggiunto milioni di utenti tra il gennaio 2015 e l’agosto 2017, centrando in pieno anche la campagna per il voto che avrebbe visto trionfare Donald Trump su Hillary Clinton. La Internet Research Agency altro non è che la famigerata “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo, epicentro della propaganda pro Cremlino, che il mensile Fq MillenniuM ha raccontato, con numerose testimonianze anche dall’interno della struttura, nel numero di giugno 2017 dedicato alla “voglia di uomo forte”. In particolare, nei documenti inviati al congresso Usa e svelati dal New York Times, Facebook attribuisce alla “fabbrica” 80mila contenuti di quel tipo, che hanno raggiunto 29 milioni di persone; la stessa Internet Research Agency ha investito nella piattaforma social 100mila dollari per rendere più visibili i propri post. Quanto a Twitter, gli account messi in relazione con l’azienda russa e poi sospesi sono stati 2.700, scoperti fra settembre e novembre 2016 (in piena corsa per le presidenziali Usa), con all’attivo un totale di 131mila tweet. Anche Google imputa a Internet Research Agency di aver fatto incetta di servizi pubblicitari e canali Youtube per diffondere messaggi divisivi, anche sulla guerra in Siria, che vede la Russia di Putin fra i protagonisti in campo. Il motore di ricerca spiega anche che l’azienda russa ha speso 4.700 dollari in pubblicità. Ecco l’inchiesta di Fq Millennium sulla “fabbrica dei troll”, alias Internet Reserach Agency, a firma di Anna Lesnevskaya.

LA FABBRICA DEI TROLL – DENTRO GLI UFFICI DELLA DEZINFORMATSIJA

da FqMillennium n. 2, giugno 2017

Per essere assunti bisogna passare il test della macchina della verità. Che certifica la sincera adesione ai valori politici della ditta. Una volta dentro – appena acceso il computer – ecco apparire il “compito” della giornata, scritto da mano ignota, ma impeccabile nel dettare la linea sui principali avvenimenti della giornata. «C’è una moltitudine di persone che batte, batte, batte senza fine sulla tastiera. Non hanno limiti…» racconta a Fq Millennium una fonte interna. Siamo al numero 55 di Savushkina, un palazzo anonimo nella tranquilla zona residenziale di Primorskij rajon, periferia nord di San Pietroburgo.

Duemilacinquecento metri quadri distribuiti su quattro piani, per 48 mila euro al mese di affitto, a quanto si deduce da un precedente annuncio immobiliare. Da fuori sembra un business center qualsiasi, ma non è così. All’ingresso, tornelli e guardie. Le videocamere interne sono ovunque, sempre accese, giorno e notte.

Banditi, al contrario, gli smartphone dei dipendenti, per evitare che i video su quanto accade lì dentro finiscano in rete, come già successo. L’edificio è attraversato da corridoi lunghissimi con tanti uffici chiusi. Sulle porte non ci sono targhette, ma è pieno di gente. «Si inventano delle cose mentre scrivono…», prosegue la nostra fonte. Blog sotto falso nome, commenti anonimi ad articoli pubblicati da testate web, interventi in forum online. Sulla guerra in Ucraina, sugli oppositori di Putin, sull’America di Trump e sulla nostra Europa.

Con una sola preoccupazione: inondare la rete di interventi fedeli alla linea del Cremlino. Non certo dire la verità. La “fabbrica dei troll”, questo il nomignolo acquisito dalla struttura, avrebbe dovuto restare un luogo segreto, come anche la sua attività. Invece negli ultimi anni gli spifferi di infiltrati e insider hanno raggiunto il mondo esterno, svelandone, almeno in parte, metodi e strategie. La fabbrica, però, non si è arresa ed è ancora oggi in piena attività. Anzi, è cresciuta e si è trasferita in una sede più grande. Gli impiegati, a quanto filtra, sono centinaia. In tre anni di vita, anche per sfuggire alle soffiate, ha mutato per ben quattro volte ragione sociale. Oggi si chiama Teka. Le politiche di assunzione sono diventate a maglie più strette: niente più annunci per reclutare copywriter, si entra soltanto se presentati da un dipendente. E, come nei vecchi film di agenti segreti, bisogna affrontare il test della verità, introdotta per smascherare nuovi ficcanaso sotto mentite spoglie.

Il test d’assunzione è la macchina della verità. Ma la fabbrica dei troll inonda la rete di falsità pro cremlino, raccontano gli insider che ci hanno lavorato.

È quello che raccontano a Fq Millennium diverse persone che sono riuscite a infiltrarsi nella fabbrica e continuano ancora oggi a ricevere informazioni di prima mano dall’interno. Complici anche due cause di lavoro intentate da ex dipendenti e seguite dai legali di Team 29, organizzazione nota in Russia per le battaglie in nome della trasparenza dello Stato.

Ljudmila Savchuk 36 anni, giornalista freelance e mamma di due bimbi, è da sempre impegnata come attivista ambientale. Nel 2014 corre anche come indipendente alle elezioni per il Consiglio comunale della sua Puškin. È qui, nella cittadina a sud di San Pietroburgo, celebre “villaggio degli Zar”, che la incontriamo. Ljudmila conosce bene gli effetti nefasti dalla propaganda via web e la capacità che ha di plasmare le menti. Per questo, con un gruppo di amici, ha creato un movimento chiamato La pace dell’informazione. Sempre nel 2014, però, si è spinta oltre: si è infiltrata fra i troll grazie all’aiuto di una sua collega. «Ero convinta che non bastasse scrivere un articolo. Se fossi riuscita a entrare nella “fabbrica”, avrei capito anche come combatterla». Dopo tre anni è ancora in contatto con degli insider che le passano informazioni esclusive.

La donna racconta che, secondo quanto appreso dall’interno, il finanziatore della struttura continua a essere un imprenditore privato molto vicino a Putin: Evgenij Prigozhin, noto come il «cuoco del Cremlino», originario della vecchia Leningrado. Classe 1961, a vent’anni fu condannato da un tribunale dell’allora Leningrado a 12 anni di carcere per rapina in gruppo organizzato, frode, induzione alla prostituzione minorile. Scontati nove anni, Prigozhin si getta nel settore alimentare, nel periodo post frantumazione dell’Urss. Apre una catena di negozi, poi si cimenta nella ristorazione inaugurando il New Island, locale di successo nel quale l’amico presidente porterà a cena Jacques Chirac, George W. Bush e tanti altri.

«All’interno dell’edificio si producono tutti i tipi di contenuti, dai commenti alle immagini», riprende Shavcuk. «Ci sono persino dei disegnatori che realizzano orrende caricature dei politici». Marat Mindiyarov, un altro troll uscito allo scoperto, ha raccontato il compito più assurdo assegnatogli: scrivere 135 commenti sul fatto che Barack Obama, durante la visita in India nel 2015, masticava la cicca. Bisognava presentare il presidente Usa come «una scimmia nera che non sa niente della cultura». Dell’opera si trovano ancora tracce in un forum locale della città di Ufa.

Ljudmila Shavchuk stava al terzo piano, dove allora si trovavano i blogger – come lei, che scriveva con altri sei troll sulla popolare piattaforma russa LiveJournal –, i commentatori di articoli pubblicati da altri media online e quelli che intervenivano sui forum. Tra le sue mansioni c’era quella di gestire, con altre persone, il blog di un personaggio inventato: una cartomante che parlava di magia e dava consigli per la salute e la bellezza. A volte, però, questa misteriosa fattucchiera faceva dei sogni che annunciavano cose nefaste per l’Ucraina… «La cartomante è uno dei personaggi prediletti della propaganda russa», ci spiega l’infiltrata. «I post politici – prosegue – venivano affidati soprattutto ai redattori mentre io, fortunatamente, mi concentravo su varie sciocchezze: erbe, pietre e così via». Quando la donna era all’interno della fabbrica, gli argomenti più trattati, oltre all’Ucraina, erano: l’Ue e l’America (da criticare, ovviamente); Vladimir Putin e soprattutto il ministro della Difesa, Sergey Shoygu (in questo caso, da lodare). Perché proprio lui? «Prigozhin credo abbia un grande giro d’affari legato al ministero della Difesa».

Ljudmila racconta anche di quando si è presentata al colloquio di lavoro. «Mi dissero che si trattava di un progetto molto importante per il Paese, segretissimo. Ho capito subito l’allusione alla “fabbrica”». Per accedere alla selezione, oltre al curriculum, era necessario inviare anche il link del proprio profilo social. Così Ljudmila ha ripulito la sua pagina VKonatke (il Facebook russo) da qualsiasi immagine “compromettente”. Via le foto delle manifestazioni di protesta, restavano solo quelle di famiglia. Poi l’incontro con Oleg Vasilyev, l’unica figura dirigente emersa dall’ombra. «Sembrava il tipico “nuovo russo” degli anni Novanta, giacca sgargiante, prepotente». Di lui si sa poco, a parte che aveva un blog sul sito di Moj Rajon – uno dei principali quotidiani di San Pietroburgo – in veste di imprenditore.

L’incipit del colloquio di Ljudmila non lascia spazio a fraintendimenti. «Mi hanno chiesto: “Di chi è la Crimea? È nostra o non è nostra?”». Nonostante qualche imbarazzo iniziale, la ragazza viene assunta. In nero, come tutti i troll. Nessun contratto, l’unica firma richiesta è stata quella per l’obbligo di segretezza. Siamo ai primi di gennaio 2015, nella “fabbrica” ci resterà per circa due mesi.

Oltre alla videosorveglianza, ci spiega, c’era una persona fissa che controllava a vista i lavoratori. Prima di cominciare il turno, i troll attivavano un servizio di proxy per camuffare l’Ip (il codice che identifica un dispositivo collegato in rete, ndr) del computer. «A volte qualcuno si dimentica di farlo e capita che un troll si finga ucraino mentre in realtà ha un Ip russo».

Ma chi detta la linea? All’inizio della giornata i blogger trovano in un’apposita cartella i cosiddetti «compiti tecnici»: le notizie più d’attualità con la relativa tesi politica da diffondere. Il 28 febbraio 2015, per esempio, all’indomani dell’omicidio del politico Boris Nemtsov sotto le mura del Cremlino, un “compito” trafugato da Savchuk impartiva le seguenti indicazioni: «Il concetto base: plasmiamo un’opinione secondo la quale degli attivisti ucraini possano essere coinvolti nella morte dell’oppositore (…). Ora la Federazione è di nuovo un Paese visto negativamente dall’Occidente. È un’evidente provocazione diretta a creare un’ondata di scontento dell’opposizione, che comincerà a chiamare la gente a scendere in piazza per rovesciare il governo».

Ljudmila iniziava alle nove del mattino. Il turno durava 12 ore, ogni minimo ritardo veniva multato. Si lavorava due giorni sì e due no, altri troll arrivavano alle 21 per il servizio notturno. Nulla è lasciato al caso. «Operano su tutte le piattaforme, anche su forum sconosciuti delle città di provincia», chiosa Savchuk.

E quanto si guadagna? «Un blogger come me prende 40mila rubli al mese», circa 640 euro; i commentatori ancora meno.

Ljudmila non è la sola a portarci dentro la fabbrica dei troll. Incontriamo il giornalista investigativo Andrej Soshnikov, che ci racconta dei meccanismi di reclutamento. Andrej è stato il primo a intrufolarsi nelle segrete stanze della propaganda, nel 2013, dopo aver appreso – da un’attivista del “Movimento per le elezioni oneste” – di un colloquio di lavoro bruscamente interrotto all’emergere di divergenze politiche. Proprio a ridosso di diverse elezioni in programma in quel periodo, comprese quelle nell’oblast’ di Leningrado e del sindaco di Mosca, con il grande oppositore Aleksej Naval’nyj a fronteggiare il candidato del Cremlino, Sergej Sobjanin, che alla fine la spunterà. Il giornalista di Moj Rajon, oggi in forza al Bbc Russian Service, a quel punto decide di contattare il bizzarro datore di lavoro e scoprire, sotto mentite spoglie, di che cosa si trattasse.

Quando nel 2013 Soshnikov si infiltra nella fabbrica dei troll, allora ospitata in un edificio in stile nordico nella zona di Olgino, si ritrova a parlare con l’imprenditore Alexei Soskovets, in quel periodo vicino al Comitato per la gioventù del Comune di San Pietroburgo. All’Agenzia delle ricerche di Internet (Agentstvo internet-issledovanij) – così si chiamava la società – si scrivono recensioni, gli spiega. Solo che non si tratta di recensire prodotti, ma di stilare commenti su argomenti politici. Mentre finge di redigere un commento di prova, il giornalista ritrova diversi post precedentemente pubblicati e salvati sul pc, in cui viene massacrato l’oppositore Naval’nyj, definito «un Hitler dei nostri giorni».

Non solo. Poco prima di lasciare il covo dei troll, il reporter e un’altra infiltrata della Novaja gazeta, vedono aggirarsi nella sede Maria Kuprashevich, la bionda attrice nota per aver tentato di spiare i media indipendenti alla ricerca di informazioni compromettenti. Così entra in scena Evgenij Prigozhin. Secondo la Novaja, infatti, la donna agisce per conto dell’imprenditore, in veste di impiegata dell’ufficio pubbliche relazioni della sua azienda di catering Concord. Presto si scopriranno altri fili che portano a Prigozhin. A maggio del 2014, per esempio, un gruppo di hacker conosciuto come Shaltay Boltay (o Anonymous International), noto per aver pubblicato la corrispondenza di alti funzionari russi, annuncia di essersi intrufolato nella casella di posta del direttore finanziario della fabbrica dei troll, diffondendone i contenuti in rete. Secondo questi dati, i resoconti dell’Agenzia vengono mandati alla Concord di Prigozhin. Si preventivavano mensilmente 33,5 milioni di rubli (circa 700 mila euro) per tenere in piedi la struttura. Cifra non particolarmente ingente per l’imprenditore, visto che secondo diverse inchieste pubblicate dai media russi, le società a lui connesse guadagnano miliardi di rubli in appalti statali, tra i quali spiccano quelli con il ministero della Difesa per l’erogazione dei servizi e la manutenzione delle cittadelle militari.

Soshnikov farà di più. Dopo un lungo e paziente lavoro, riuscirà a dimostrare che il video di un militare americano che spara sul Corano, apparso in rete nel settembre 2015, poco prima dell’inizio dell’intervento militare russo in Siria, è in realtà un fake confezionato nella fabbrica dei troll. Il “soldato”, scoprirà su Instagram, è in realtà un barista di San Pietroburgo amico di un’impiegata della struttura propagandistica. In un altro filmato vengono mostrati dei militari ucraini che bruciano la bandiera olandese. Il fake viene pubblicato all’inizio del 2016, con l’intento di influenzare il referendum consultivo indetto il 6 aprile nei Paesi Bassi sull’accordo di associazione tra Kiev e Ue (per la cronaca, la vittoria è andata ai contrari).

Oggi, l’unico modo per stanare gli alti papaveri che muovono la fabbrica sembra essere rappresentato dalle cause di lavoro intentate dai troll fuoriusciti. Come quelle sostenute dai legali del Team 29. Ljudmila Savchuk è stata la prima a rivolgersi all’avvocato Ivan Pavlov, animatore del pool, chiedendogli se fosse possibile perseguire la società Ricerche di Internet (che nel frattempo ha cambiato diversi nomi) «per fomentazione dell’odio». Secondo Pavlov, però, la strada da seguire è un’altra: il contenzioso per impiego in nero e mancato versamento dell’ultimo stipendio. In più, la richiesta di restituire alla parte lesa i danni morali, quantificati in una cifra simbolica di un rublo. E nell’agosto 2015 proprio Ljudmila ha vinto, al termine di un processo altamente mediatico.

«Questi processi contro la fabbrica dei troll hanno un carattere artificioso», dice Pavlov a Fq Millennium. «Ci siamo rivolti a un giudice non per difendere i diritti dei lavoratori, che sì sono stati violati, ma per far uscire questi troll alla luce del sole». Non è in discussione la libertà d’opinione, precisa, ma «dev’essere chiaro chi c’è dietro la fabbrica». Perché, «quando fai delle schifezze, non hai nessuna voglia di sbandierare la tua attività su Internet», argomenta. «I troll, quando li porti alla luce del giorno e li fai vedere a tutti, è come se perdessero la loro forza. Non hanno più la stessa aggressività di quando lavorano rinchiusi nelle loro stanze».

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