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La vita nei lager comunisti

La vita nei lager comunisti

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La stagione aurifera comincia il 15 maggio e termina il 15 settembre, quattro mesi. Del lavoro in inverno è meglio non parlare.

All’inizio dell’estate le principali squadre dei fronti di taglio sono formate da gente nuova che non ha ancora passato un inverno nel lager. I detenuti condannati alla deportazione non vedevano l’ora di lasciare la prigione per il lager, dove, pensavano, li aspettava un lavoro, l’aria buona della campagna, i rilasci anticipati, la corrispondenza e i pacchi da casa, guadagni in contanti. L’uomo crede sempre nel meglio. Accanto alle fessure delle porte dei carri merci riscaldati che ci portavano verso l’Estremo Oriente sovietico, si accalcavano giorno e notte i detenuti in traduzione, aspiravano inebriati l’aria tranquilla della sera, un’aria fresca e impregnata dell’odore dei fiori di campo, che vorticava nella scia del treno. Quest’aria era ben diversa da quella viziata della cella, che sapeva di fenolo e di sudore umano, e che ci era diventata insopportabile nel corso dei lunghi mesi dell’istruttoria. In quelle celle lasciavamo il ricordo del nostro onore profanato e calpestato, qualcosa che si desidera solo dimenticare.

Per semplicità di spirito, i detenuti si immaginavano che il carcere e l’istruttoria fossero le prove più crudeli, visto che avevano sconvolto tanto brutalmente la loro esistenza. Per loro, era stato l’arresto il trauma morale più grave. E ora che si erano liberati della prigione, inconsciamente volevano credere nella libertà, una libertà certo relativa, ma libertà comunque, una vita senza le maledette inferriate, senza umilianti e oltraggiosi interrogatori. Per loro stava iniziando una nuova vita, senza quella perpetua tensione della volontà necessaria per affrontare gli interrogatori durante l’istruttoria. Sentivano un enorme sollievo all’idea che tutto fosse ormai irrevocabilmente deciso, la pena inflitta, e che non ci fosse più bisogno di pensare a cosa rispondere all’inquirente, né motivo di preoccuparsi per i propri cari, che fosse inutile fare progetti o combattere per un tozzo di pane: ormai essi erano nelle mani di una volontà esterna, ormai era impossibile cambiare alcunché, impossibile svoltare da quel scintillante tracciato ferroviario che li portava lentamente ma inesorabilmente verso il Nord.

Il treno andava incontro all’inverno. Ogni notte era più fredda da della precedente e le foglie verdi e succose dei pioppi erano già intaccate da vivide screziature gialle. Il sole non era più cosi caldo e splendente, come se le foglie degli aceri e dei pioppi, delle betulle e dei tremoli si fossero imbevute, impregnate della sua forza dorata. Le foglie stesse ora risplendevano di luce solare. E il sole stesso, pallido, esangue, non riusciva più neanche a riscaldare il vagone, nascondendosi per la maggior parte del giorno dietro a calde nuvole grigioazzurre che ancora non sapevano di neve. Ma la neve, comunque, non si sarebbe fatta attendere a lungo.

Un centro di smistamento e ancora un’altra tratta in direzione nord. L’insenatura marina li accolse con una piccola tempesta di neve. La neve ancora non si fermava — il vento la spazzava dai dirupati pendii di rocce giallastre e ghiacciate, spingendola dentro buche dalle acque torbide e sporche. La cortina della tempesta era trasparente. Una nevicata rada, simile a una rete da pesca di fili bianchi gettata sull’abitato. Sul mare la neve non era visibile: onde increspate di colore verde scuro si frangevano lentamente contro la rupe scivolosa e verdastra. Il piroscafo era in rada e visto dall’alto sembrava minuscolo come un giocattolo, ma anche quando raggiunsero in motoscafo la fiancata e uno dopo l’altro si issarono sul ponte, per disperdersi subito dopo inghiottiti dai boccaporti delle stive, il piroscafo si rivelò stranamente piccolo, circondato com’era da così tanta acqua. Dopo cinque giorni e cinque notti vennero sbarcati su una riva fredda e cupa della tajga e alcuni autocarri li trasportarono là dove ormai avrebbero dovuto vivere — e sopravvivere.

L’aria buona della campagna l’avevano lasciata al di là del mare. Qui erano immersi nell’aria rarefatta della tajga, impregnata delle esalazioni delle paludi. I rilievi dalle cime arrotondate erano coperti di vegetazione palustre e solo le calve sommità prive di boschi rilucevano del calcare nudo e levigato da venti e tempeste. Si affondava in un muschio melmoso, d’estate capitava raramente di avere i piedi all’asciutto. D’inverno tutto gelava. Il gelo sembrava rapprendere ogni cosa — le montagne, i fiumi, la palude — in un’unica massa, sinistra e ostile.

L’aria che già in estate creava problemi ai cardiopatici, d’inverno diventava insopportabile. Durante i grandi freddi la respirazione si faceva affannosa, Qui nessuno correva mai, salvo forse i più giovani, ma anch’essi più che correre sembravano saltellare. Nugoli di zanzare si incollavano al viso - non sì poteva fare un passo senza la rete di garza. Ma sul lavoro la garza soffocava, impediva di respirare. E tuttavia non si poteva toglierla per via delle zanzare.

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