La vita nei lager comunisti

Allora si lavorava sedici ore al giorno e le norme lavorative erano calcolate su questa base. Se si considera che la levata, la colazione, l’avvicendamento delle squadre e il tempo di arrivare sul posto di lavoro prendevano come minimo un’ora e mezza, il pasto di mezzogiorno un’ora e quello serale con l’appello, un’altra ora e mezza, non restavano più di quattro ore di sonno dopo un estenuante lavoro fisico all’aria aperta. Ognuno si addormentava nell’istante stesso in cui smetteva di muoversi, qualcuno arrivava ad addormentarsi in piedi o mentre camminava. L’insufficiente riposo debilitava ancor più della fame. Se non si realizzava la norma c’era la razione punitiva: trecento grammi di pane al giorno e niente sbobba. La prima illusione svanì molto rapidamente. Era quella riguardante il lavoro, quel famoso lavoro di cui parla la celebre iscrizione, prevista dal regolamento dei lager, che è appesa sull’entrata di ogni stabilimento concentrazionario. «Il lavoro è una questione d’onore, una questione di gloria, una questione di valore e di eroismo». Ma il lager poteva solo inculcare, e di fatto inculcava, odio e disgusto per il lavoro.

Una volta al mese il postino del lager portava all’ufficio censura tutta la posta che si era accumulata. Le lettere dirette al «continente» o da esso provenienti ci mettevano sei mesi ad arrivare a destinazione, se mai arrivavano. I pacchi da casa erano consegnati solo a coloro che realizzavano la norma, agli altri venivano requisiti. Tutto questo non rivestiva un carattere di arbitrarietà, tutt’altro. Alla gente veniva data lettura di specifiche disposizioni al riguardo, e in certi casi particolarmente importanti si obbligava l’interessato ad apporre la propria firma. Non si trattava della malvagia fantasia di qualche degenerato dirigente periferico: era un ordine delle autorità superiori.

Ma se anche qualcuno riceveva il proprio pacco — si doveva sempre prometterne la metà a qualche sorvegliante e ottenerne in cambio almeno la parte restante —, non sapeva poi dove portarlo. Alla baracca i malavitosi lo stavano già aspettando da un pezzo per prenderglielo sotto gli occhi di tutti e dividerselo con i loro smorfiosi Vaneèka o Seneèka. L’alternativa era: o mangiarsi immediatamente tutti i commestibili del pacco o venderli. Di compratori ce n’erano a bizzeffe: «caporali», autorità varie, medici.

Esisteva una terza via d’uscita, la più praticata. Molti detenuti affidavano i loro pacchi, perché li conservassero, a persone conosciute nel lager o in prigione, che avevano incarichi o svolgevano lavori tali da consentire loro di nascondere o mettere sotto chiave qualcosa. Oppure li davano a qualcuno dei salariati esterni. Sia nell’uno che nell’altro caso si doveva correre qualche rischio — nessuno credeva nell’onestà dei depositari —, ma questa era l’unica possibilità di salvare il pacco ricevuto.

Soldi non ne versavano. Neanche un centesimo. Pagavano solo le squadre migliori, e anche in quel caso somme irrisorie che non potevano essere minimamente d’aiuto. In molte squadre, i capi- squadra procedevano in questo modo: il guadagno dell’intera squadra lo assegnavano a due o tre persone, attribuendo loro un rendimento superiore alla norma, il che comportava per l’appunto un premio in denaro. Gli altri venti o trenta componenti della squadra si prendevano la loro razione di rigore per scarso rendimento. Era una soluzione brillante. A dividere equamente il rendimento tra tutti, nessuno avrebbe preso un soldo. In questo modo, invece, ricevevano del denaro due o tre persone, scelte del tutto casualmente e spesso perfino senza che il caposquadra partecipasse alla stesura dell’elenco.
Tutti sapevano che le norme erano irrealizzabili, che non c’era né ci poteva essere un salario, ma questo non impediva a certuni di star dietro ai caporali, di interessarsi della produttività, di affrettarsi incontro al cassiere, di andare all’ufficio a chiedere informazioni. Che cos’era? Forse il desiderio di farsi passare a tutti i costi per un rabotjaga, un gran lavoratore, di innalzare la propria reputazione agli occhi della direzione, o semplicemente una sorta di disturbo psichico dovuto all’alimentazione carente? Quest’ultima ipotesi mi sembra la più giusta.

Vista da quaggiù, la prigione occupata durante il procedimento istruttorio, la cella luminosa, pulita e calda che avevano lasciato così di recente, e tuttavia da una tale eternità, sembrava a tutti, a tutti senza eccezione, il miglior luogo della terra. Gli oltraggi subiti in quel luogo erano completamente dimenticati e tutti ricordavano con trasporto come là si potessero ascoltare lezioni di veri e propri eruditi di passaggio e racconti di persone navigate; e i libri letti, e i magnifici bagni della prigione, e come si dormisse a sufficienza e si mangiasse a sazietà, e come fosse possibile ricevere pacchi da casa e sentire la presenza dei familiari proprio li accanto, dietro la doppia barriera metallica del portone; e come si parlasse liberamente, di tutto quello che passava per la mente (nel lager questo comportava un periodo di pena supplementare), senza dover temere né spie né sorveglianti. La prigione del procedimento istruttorio sembrava loro perfino più libera e familiare della propria casa, e non c’era detenuto che, abbandonandosi alle fantasticherie in un lettino d’ospedale, non dicesse, anche se magari gli restava poco da vivere: « Mi piacerebbe, naturalmente, riveder la mia famiglia, andarmene di qui. Ma ancora di più mi piacerebbe ritornare nella mia cella della prigione durante l’istruttoria vi si stava meglio ed era più interessante che a casa. E adesso potrei anche raccontare a tutti i novellini che cos’è in realtà questa famosa “vita all’aria aperta”».

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