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Alcuni libri per capire cos'è stato il comunismo

Vorkuta - terra di Gulag

Ritorno a Vorkuta

Indice articoli

Colin Thubron - In Siberia - Capitolo 2 "Mancamento di cuore". Uno straordinario racconto per capire la vita degli abitanti e dei prigionieri che sono vissuti e morti a Vorkuta uno dei più terribili gulag dell'Arcipelago.

Mille chilometri a nord di Tobol’sk, passato il Circolo Polare Artico a bordo del bimotore Antonov, il paesaggio si trasformò. La foresta era sparita, e al suo posto baluginava una tundra senza alberi: un intricato tappeto argenteo di funghi e licheni. Non una strada o una ferrovia che lo solcasse. Per migliaia di chilometri quadrati si apriva una distesa selvaggia, costellata da una miriade di rivoli e laghetti, come se il continente si fosse trasformato in una spugna dove i fiumi si accavallavano fantasiosamente uno sopra l’altro, frantumandosi in cento direzioni diverse.

Colin Thubron
Colin Thubron

Eppure, pochi centimetri sotto il livello del suolo, il terreno è ghiacciato e duro come il ferro. Per otto mesi all'anno la neve lo sigilla. Poi, in primavera, le acque che evaporano dal permafrost affiorano in superficie, e questi strani laghi e fiumi riappaiono, effimeri. TI ritmico sommovimento del suolo — questo suo gonfiarsi e ritirarsi stagionale — deposita massi e pietre in misteriosi anelli concentrici, come se fosse all’opera una pedantesca intelligenza, e scava pozze circolari. Tuttavia la regione è pressoché inabitabile. Si espande come un protoplasma in cui la natura è ancora in via di formazione, o si è già disintegrata. A ovest si leva la pietra nuda degli, Urali. Una vibrazione bassa e continua nell’aereo mi teneva in apprensione (dopotutto era un velivolo dell’Aeroflot, e aveva solo due eliche). Una hostess distribuiva coppe di acqua frizzante e dolci stantii. Nel sedile di fianco al mio, una donna faceva le trecce alla figlia. D’un tratto, sotto di noi, dalla tundra sbucarono ciminiere, detriti neri di industrie e rovine.

Fu come uno shock fisico: Vorkuta. Per anni questo nome era suonato come una campana a morto. Nei primi anni Venti vi fu scoperto il carbone, e già nel 1934 le miniere inghiottivano un esercito di forzati incolpevoli.

Presto il luogo divenne una gemma del male nella corona dei gulag. Ti numero dei morti raggiunse le centinaia di migliaia. Le ultime vittime furono rilasciate, deboli e ormai superflue, solo nel 1959. A nord di Vorkuta, una strada circolare collega ancora le sue trenta miniere, di cui solo undici sono ancora aperte.

Quella sera mi aggiravo per la città affascinato e turbato al tempo stesso. I caseggiati e gli uffici erano lasciati all’abbandono: l’intonaco si sgretolava dai muri, e metà delle finestre avevano i vetri rotti. Un fiume biascicava fra le scorie. Passai davanti a fabbriche circondate di filo spinato e proiettori, come se ancora oggi questa fosse l’unica architettura possibile; una strada su due sboccava in una tundra disseminata di scheletrici scivoli per il carbone e di pulegge. Qui l’unica cosa che non manca è il carbone. Giace in mucchi lungo la strada e ingombra ogni area recintata. Le vie sono coperte di polvere di carbone. Quando piove, le pozzanghere luccicano nere. Il pulviscolo offusca l’aria e si insinua sotto le unghie. E alla fine ti mangia i polmoni. Le automobili fanno lo slalom tra le buche di via Lenin. Il basco in pugno, la statua del leader guarda ancora il Palazzo della Cultura dei Minatori, dalla parte opposta di piazza Lenin. La vasca d’acqua che gli sta di fronte è piena di bottiglie di vodka. Un po’ ovunque, sulle facciate ministeriali, sopravvivono le vecchie insegne scolpite: stelle rosse e martelli incrociati, torce e aste che reggono bandiere. Lungo i tetti, slogan superstiti levano clamori di tempi passati. « Alle masse di Vorkuta! », « I minatori sono i guardiani del lavoro». Non c’è la volontà di rimuoverli, né quella di restaurarli. Una a una, le lettere stanno cadendo. Mi imbattei in baracche costruite per i forzati delle miniere, che nessuno si è preoccupato di demolire. Le erbacce si arrampicavano sulle pareti di legno fino a mezza altezza, e le camerate dove c’erano i letti a castello erano piene di macerie. A volte i detenuti erano così ammassati che quasi non riuscivano a girarsi mentre dormivano. In fondo a ogni dormitorio, le stufe erano ridotte a cascate di mattoni, e graffiti in un inglese zeppo di errori, risalenti a un’epoca successiva, imbrattavano le pareti: « Lucky Streik », « Kiss my Ais »...


Una ragazzina è ferma nella piazza Lenin quasi deserta. Avrà sì e no quindici anni, ma la gonna nera le scende appena sotto i fianchi, e le calze si fermano a metà delle cosce livide. Quanti giorni all’anno ci si può vestire così, a Vorkuta? Ha un aspetto pateticamente stanco e giovane; forse è la sua prima volta. I lavori sono duri, a Vorkuta. Preme il palmo di una mano contro la guancia, quasi volesse negare la sua presenza lì. Poi un uomo di mezz’età le si avvicina, dicendole qualcosa. Esitante, lei lo segue lungo il marciapiede. Le dita continuano a scivolarle dietro per abbassare la gonna, inutilmente. L’uomo indica un’automobile dietro la statua di Lenin, e lei vi sale su, incerta. La sua mano copre ormai mezza faccia. Il mio albergo era enorme, semi diroccato, nonché l’unico rimasto: un monumento a Stalin, nelle cui sale i miei passi rimbombavano. Quattro poliziotti se ne stavano in un ufficio al di là della hall, con lo sguardo impietrito, e alcuni portieri ciondolavano ai loro banconi. Nell’antro della sala da pranzo deserta, un altoparlante diffondeva musica da ballo.

Camminavo senza meta per le strade, con il vago sospetto di essere seguito. I passanti dal viso giallastro che incontravo sui marciapiedi sembravano capaci di qualsiasi azione. C’era una strana quiete. Una popolazione di anziani sedeva indifferente nelle piazze aride; interrogati, mi rispondevano con frasi slegate e mezzi sorrisi. Erano lettoni e ucraini, esiliati molto tempo fa, che prendevano aria con reticente sorpresa. Perché faceva caldo, e c’era una densa quiete estiva. Alle otto di sera il sole era ancora alto, e alle undici il cielo manteneva una luce limpida, rifratta, che pareva illuminare la città attraverso una garza nera. Ma solo una finestra su dieci era illuminata.

Smarritomi nella periferia, ebbi, la fantasia che il passato stesse colando come una materia viscosa e irriconciliabile, a riprendere possesso delle stanze abbandonate, a rivendicare le fabbriche. I morti di questa città erano di gran lunga più numerosi dei vivi. Avevano costruito la città in catene, e adesso riposavano nel suo sottosuolo. Eppure a mezzanotte c’era chi portava ancora a spasso il suo bastardino per le strade, o leggeva il giornale.

Il mattino dopo trovai un allegro ucraino disposto a farmi fare il giro delle miniere attraverso la strada circolare lunga trenta chilometri. Vorkuta era una città meravigliosa, sosteneva Vasil, perché era vicina agli Urali, e si poteva andare a caccia. Viveva qui da trent’anni, e a suo dire aveva avuto una vita splendida. « Dovresti vedere i fiumi e i laghi. Sono centinaia! E pieni di pesci! Basta allungare un po’ di soldi ai geologi o ai soldati, e loro ti accompagnano dove vuoi con la jeep. In quanto a questo » liquidò Vorkuta con il dorso della mano, « tutto migliorerà. Adesso le cose vanno male, ma presto... » La città stava scivolando via, e davanti a noi si spiegava una spettrale terra di nessuno.

Per chilometri e chilometri le praterie venivano squassate dalle cicatrici lasciate da edifici scomparsi; pareva che una guerra dimenticata avesse cosparso la superficie di rottami metallici e rovine. Tutti i colori erano slavati: persino il cielo sfoggiava un bianco e nero temporalesco. Un groviglio di piloni e pali telegrafici si districava per metà del paesaggio, e sotto di essi strisciavano enormi tubi dell’acqua calda, il cui rivestimento colava sull’erba scolorita. La nostra auto sobbalzava sulle buche. Eravamo completamente soli. Vasil prese a raccontarmi le sue avventure di caccia e di pesca, e mentre sognava salmoni e volpi artiche la sua guida si faceva più imprudente. Davanti a noi, l’orizzonte era gonfio di cumuli di scorie e di ciminiere. Intorno scorrevano inquinati affluenti del fiume Vorkuta.

A volte non riuscivo a capire se una miniera fosse in funzione o abbandonata. Passavamo davanti a rovine con gli scivoli rotti e le ciminiere spente, senza uomini o carrelli in vista; poi la puleggia cominciava a girare. Non poteva essere che il vento. E invece no! In profondità, sotto quegli impianti, la terra brulicava di uomini. Eppure in superficie vagavamo tra i fantasmi.

Su ogni miniera gravavano le tracce di un campo di prigionia o di un cimitero. Il terreno era increspato da terrazzi, baracche crollate, torri d’osservazione marce. A volte abbandonavo Vasil e me ne andavo in giro da solo. Ma l’immaginazione mi veniva meno. Avrei voluto lasciarmi sconvolgere dalla pietà, e invece provavo solo freddo disgusto e smarrimento, Il suolo sotto i miei piedi era come malato. Avevo paura di quello che potevo calpestare.

Camminavo sui suoi corrugamenti in punta di piedi. Cercai di ricordare un individuo qualsiasi morto qui: un Mandelìtam, un Babel’. Avrebbe potuto suscitare un senso acuto di perdita dentro di me. Ma non ne conoscevo.

Era solo una nazione di morti senza nome che non potevo separare dai loro persecutori. Questi campi erano entità autonome. Evolvevano come un perverso riflesso del mondo esterno. Dopo il patto tra Hitler e Stalin del 1939, alla massa di detenuti russi e ucraini si unirono decine di migliaia di polacchi, e nel 1940 i soldati russi ricatturati ai tedeschi furono incarcerati qui come traditori. Con l’annessione degli stati baltici arrivarono i lettoni, i lituani e gli estoni — i quali avevano combattuto indifferentemente Hitler e Stalin — e alla fine della guerra il mosaico nazionale di Vorkuta comprendeva tedeschi, giapponesi, nazionalisti cinesi, ebrei sopravvissuti all’Olocausto, persiani, diversi francesi e americani, persino un pastore tibetano smarritosi oltre il confine con la Mongolia.


All’interno dei campi, la moltitudine di detenuti politici senza colpe veniva tiranneggiata dai criminali imprigionati con loro, che erano uniti in una specie di scellerata fratellanza. Questi blatnye vivevano secondo le proprie leggi brutali, compivano esecuzioni, si accaparravano qualsiasi privilegio disponibile. E l’amn,inistrazione del campo li ignorava o li usava. Del resto le guardie stesse erano vulnerabili quanto i prigionieri: una disattenzione, un incauto gesto di misericordia, e rischiavano la fucilazione. Regnava un’atmosfera di brutale indifferenza, più che di sadismo. Stremati dal lavoro, dal freddo pungente, e mezzi morti di fame, i forzati erano ridotti a una massa animalesca. Con una razione di cibo giornaliera che comprendeva farinata d’avena, un etto di pesce e poche gocce d’olio, avevano un carico di lavoro spesso insostenibile. Morivano di tifo, di tubercolosi, di polmonite, o crepavano di infarto mentre trainavano i carrelli di carbone fuori dalla miniera.

A volte i compagni nascondevano i cadaveri in modo da poter riscuotere le loro razioni; ma nel giro di tre giorni il fetore dei corpi ne tradiva la presenza. « ... E d’inverno basta che fai un buco nel ghiaccio, getti la lenza, e vengono su temoli a dozzine! » Vasil pregustava già la sua prossima spedizione. « Più tardi arrivano i pesci grossi: i salmoni. Nel luglio dello scorso anno ero negli Stati Uniti, non pensavo a niente, quand’ecco che la canna quasi mi sfugge di mano. Il bestione pesava cinquanta chili, giuro — è il peso di mia moglie! — e luccicava tutto, e mi guardava... » Da entrambi i lati era un susseguirsi continuo: miniera-cimitero-campo-miniera-cimitero.

Tutto in rovina. A volte un villaggio circondava le baracche dove pochi ex prigionieri o i loro discendenti si erano fermati, non sapendo dove altro andare. Ma la maggior parte dei luoghi dell’orrore rimanevano solo nel ricordo, come la fabbrica di mattoni dove nel 1937 lo spietato comandante Kasketin fece giustiziare 1300 prigionieri politici. (Prima venne insignito dell’Ordine di Lenin, e poi fucilato). A ricordarli è rimasto un obelisco grigio.

Il campo punitivo di Cernentnyj Zavod era ridotto a un insieme disordinato di squallide case popolari e a una ciminiera che vomitava fumo. Donne pallide aspettavano fuori dai negozi o sedevano intorno a un campo da pallavolo deserto. Ancora cinque anni prima, gli scioperi dei minatori potevano far tremare il Cremlino; ma ora anche se le paghe erano in arretrato di sei mesi, mi raccontò Vasil, le squadre, seppure a ranghi ridotti, continuavano ad andare al lavoro. Poi raggiungemmo il guscio della miniera 17. E qui che nel 1943 fu creato il primo dei katorgi, i campi di sterminio di Vorkuta. Nel giro di un anno, dei trenta campi di Vorkuta tredici divennero katorgi: il loro obiettivo era quello di liquidare i reclusi.

In un inverno in cui la temperatura precipitava a quaranta gradi sotto zero, e ululavano le tempeste di neve, i katorzane vivevano in tende con un fondo di assi leggere cosparse di segatura, poggiate su un suolo di permafrost muscoso. Lavoravano dodici ore al giorno, senza tregua, trainando carrelli di carbone: nel giro di tre settimane erano distrutti. Uno dei rari sopravvissuti li descrisse come degli automi con le pallide facce ghiacciate che stillavano lacrime fredde. Mangiavano in silenzio, addossati gli uni agli altri, senza alzare lo sguardo. Alcune squadre di lavoro si sfiancavano per ottenere un po’ di cibo extra, ma lo sforzo era eccessivo, e il supplemento troppo scarso.


Entro un anno erano morti già 28.000 uomini. Un prigioniero in tempi più miti incontrò gli ultimi rimasti delle centinaia di migliaia di condannati fra il 1943 e il 1947. Erano sopravvissuti, riferì, perché erano più robusti degli altri — un’élite biologica — ma erano imbestialiti e mezzi matti. Sotto il castelletto sventrato della miniera, i mucchi di scorie e di detriti erano abitati da vagabondi in cerca di metallo. Un’orda di cani feroci si aggirava in libertà. Mi avviai lungo la ferrovia della miniera fra arbusti, acquitrini e un sottobosco di macerie. Le rotaie erano state strappate metro per metro. Oltrepassai discariche su cui fioccavano stormi di gabbiani, quindi giunsi a un solitario edificio di mattoni, suddiviso in una serie di stanze anguste. Il tetto non c’era più, ma rimanevano le travi rivestite di ferro dei telai delle porte, e le pareti non avevano finestre. Erano celle di isolamento. Solenicyn scrisse che dopo dieci giorni li dentro un prigioniero, spesso addirittura privato dei vestiti, arrivava allo stremo, e dopo quindici giorni moriva. Ora il cemento si sgretolava sotto i piedi, e davanti a ogni cella dondolava lo scheletro di quella che era stata una porta. All’esterno, la camomilla selvatica lambiva i mattoni. Sprofondai fino alla caviglia in un pantano nascosto da arbusti, e mi trascinai fuori. Davanti a me, i treni carichi di carbone ansimavano sferragliando nella tundra.

Mi immaginai qui cinquant’anni fa. Che cosa avrei fatto? Ma sapendo che il deperimento fisico mina la volontà, non potei che rispondermi: Ti saresti comportato come tutti gli altri. Mi imbattei in un messaggio inciso su una roccia: « Sono stato esiliato nel 1949, e mio padre è morto qui nel 1942. Ricordatevi di noi».

«Arrivano a migliaia! Quando volano a sud in autunno, è lì che le prendi. Oche, anatre, alzavole! E poi c’è un salmone rosso che scende il fiume Pesora dall’Artico, e va a infilarsi nella Vorkuta... » Subito dopo la miniera 29, Vasil fece un’inversione, e scendemmo. Le pulegge si stagliavano nude contro il cielo. Una bassa collina, ricoperta da uno strato scivoloso di muschio e di canne, aveva assorbito il campo in decadenza. « Be’, questo salmone ha una specie di caviale. Un giorno, lo scorso giugno... »

Ma questa volta non fece in tempo a terminare la frase: non appena penetrammo nella vegetazione umida, si sollevò un nugolo di zanzare. Erano enormi. E costituivano la retroguardia delle migliaia di miliardi dell’orribile gnus — un miasma di moscerini, zanzare, mosche e tafani — che d’estate si riproduce negli stagni della tundra. Vennero verso di noi come elicotteri. Nella tundra possono costringere branchi di renne e di bovini a fughe precipitose, ed è capitato che abbiano soffocato puledri (e persino, si dice, renne e uomini) ostruendone la gola e le narici. Vivono solo pochi giorni, e non si nutrono di nulla. Alcune specie non hanno nemmeno sviluppato gli organi digestivi. E ciò nonostante ci volavano addosso con furia dimentica di sé — ormai quasi innocui, a metà agosto — pungendoci per abitudine o per dispetto. Quella sera mi ritrovai ampie irritazioni sui polsi e sulle caviglie — i morsi di migliaia di bocche lilipuziane — che svanirono il mattino dopo. Ma Vasil non volle saperne. Quando andava a caccia, mi urlò, lui indossava reti protettive: non aveva in programma di farsi mangiare vivo in una lurida miniera. Così proseguii da solo arrancando tra fondamenta di legno in putrefazione, montanti bruciacchiati, catene e secchi arrugginiti.

Una ragnatela di recinzioni che sprofondavano tra gli arbusti terminava presso i resti di un cancello. Una finestra cerchiata di ferro era stata gettata tutta intera fra gli arbusti.

Nelle baracche, ancora in equilibrio precario sul terreno, la luce si riversava attraverso i tetti sulle atroci camerate, dove i tavolacci su cui gli uomini venivano ammassati come batterie di galline erano rovinati a terra, e dalle pareti trasudava polvere di carbone. Raggiunsi il cimitero di fronte alla miniera. Se ne incontrano dappertutto, intorno a Vorkuta, ma non contengono che una frazione dei caduti. In inverno i cadaveri venivano ammucchiati in baracche aperte finché non erano abbastanza perché valesse la pena di seppellirli; a quel punto un ufficiale del NKVD, l’antenato del KGB, fracassava i crani con un piccone, e quindi i corpi venivano scaricati in una fossa scavata in estate per l’occorrenza.

Ma qui, oltre alle lapidi in memoria dei morti lettoni e tedeschi, dalla boscaglia spuntavano centinaia di croci scolorite. Tutte senza nome. I loro bracci riportavano sigle — «A-41... A-87 » —, ma molte erano marcite o scomparse. (La gente le rubava come souvenir, mi disse Vasil). Sotto un cespuglio giacevano una slitta per il trasporto dei cadaveri, un piccone e uno stivale di gomma spaiato, abbandonati dopo l’ultimo funerale, quarant’anni prima. La miniera 29 porta con sé una tragedia particolare. Pochi mesi dopo la morte di Stalin, nel 1953, nei campi di lavoro di tutta la Siberia scoppiarono scioperi, e questa miniera ne fu l’avanguardia. I reclusi fecero richieste in nome dell’intero gulag, perché fossero rilasciati gli uomini troppo anziani e troppo giovani e fossero rimpatriati gli stranieri.

Chiesero il bando delle esecuzioni fatte a casaccio dalle guardie nelle torrette d’osservazione. Volevano una riduzione dell’orario di lavoro. Volevano un briciolo di umanità. Uno dopo l’altro, gli altri campi di Vorkuta si arresero alle minacce o alle menzogne provenienti da Mosca; ma la miniera 29 resistette. Nel frattempo era stata circondata da due divisioni di truppe corazzate dell’NKVD. Il cancello principale ora giaceva sotto i miei piedi confuso insieme ad altri resti indecifrabili. Ma all’epoca, quando le truppe lo abbatterono, si ritrovarono davanti i prigionieri stretti in una falange compatta, sottobraccio, che cantavano.

Ci furono tre o quattro raffiche di armi leggere, poi le mitragliatrici aprirono il fuoco. Per un minuto i minatori rimasero compatti ed eretti, con i vivi che sostenevano i morti; poi cominciarono a stramazzare a terra. I caduti furono gettati in una fossa comune: una « tomba dei fratelli», come dicono i russi. Ai tempi di Chruscev, qualcuno innalzò una croce alta come un palo del telegrafo sui cumuli di scorie sotto i quali riposano. La croce non c’è più, ma nello studio dell’architetto capo di Vorkuta sono appesi i progetti per altri monumenti. Nessuno sa chi li finanzierà — il governo non dà nulla — ma i sogni dell’architetto non finiscono qui. Sul fiume Vorkuta si leverà un’immensa croce ricavata dalla roccia, spera, e nel marmo delle sue pale verranno incisi i nomi dei morti. E poi una collina si aprirà su una folla di facce scolpite che guardano fisso da terra, nello sforzo di sollevarsi.

E sulla « tomba dei fratelli » della miniera 29 si ergerà una figura in granito della Madre Russia, senza i pezzi del viso, delle spalle e del cuore.


Ormai è una donna anziana. Trascina per strada il suo grosso corpo barcollante, agitando ritmicamente le braccia, con le guance rosse per lo sforzo. Ma una volta nel suo appartamento, gli occhi le si rischiarano. Siede diritta, distratta dalla telenovela messicana che va in onda tutti i giorni da un anno. Dice che è spazzatura, però la guarda. Sul quel grosso collo, il viso appare stranamente delicato; gli occhi sono color fiordaliso. Anche adesso, a ottantasette anni, a tratti appare bella; in gioventù i suoi sguardi dovevano essere una benedizione pericolosa.

Lavorava all’ambasciata russa a Berlino, racconta, e aderì a un debole movimento accusato di opporsi a Stalin. Fu arrestata nel 1938, e portata da Mosca a Vorkuta: una comunista ingenua che credeva nella legge, fede che non le è mai venuta meno. Adesso lavora per « Memoriale », dove l’ho incontrata: un’organizzazione che si occupa di mantenere vivo il ricordo dei milioni di scomparsi, i morti che lei non dimenticherà mai. « All’inizio vivevamo praticamente sottoterra, poi in tende-capanne, finché non costruimmo le baracche. La cosa peggiore non era la temperatura ma il vento, che ti strappava dentro ». Si avvolge il corpo con le braccia. «Prima lavoravo nelle miniere, poi ci misero a costruire la strada. E quando la strada fu finita mi rimandarono in miniera». Ogni tanto le sue parole vengono sabotate da una risata, come se fosse ancora incredula; e i suoi occhi azzurri sembrano distaccati da tutto quell’orrore, superstiti nati. « Siccome ero considerata — come dire? — una pericolosa criminale, non stavo in una normale camerata. Ero tenuta separata, in una baracca insieme con altri quattro, e con due guardie. Dormivamo su due tavolacci. Ma la cosa peggiore era non ricevere lettere. Mio marito, che era un medico dell’esercito, mi ripudiò per proteggere i figli. E comunque, che cosa avrei potuto scrivergli? ‘Sto bene’? Ma lui mi ripudiò, e io non gli scrissi. E poi la censura leggeva tutto... »

« Non si è mai ammalata? » le chiedo. «No, mai». Poi, quasi ripensandoci, dice: « Ah, sì, una volta sola. Nel 1941 ho preso il tifo». La fisso. Un’epidemia di tifo trasmesso dai pidocchi uccise migliaia di persone nei campi di Vorkuta. « Credevo che mi sarei ricoperta di eruzioni su tutto il corpo, e invece non comparvero. Ma la temperatura mi sali vertiginosamente. Quando mi caddero i capelli, loro capirono che avevo la febbre enterica. Così mi portarono in isolamento, dove rimasi un sacco di tempo. Un sacco di tempo». Sembra che stia rincorrendo un ricordo. Ma le sfugge. « Non mi spiaceva. Ero sola».

Mi sento un po’ voyeur, e me ne vergogno, ma chiedo ugualmente: « E il lavoro com'era? » Forse la quotidianità non era proprio terribile come la gente l’aveva descritta, penso.

Forse ci si ricordava solo del peggio, delle situazioni eccezionali. Prende a dondolare sul divano, avanti e indietro, pesantemente. La sua faccia si gira verso il televisore, dove la telenovela prosegue fra yacht e smoking. « Costruire la strada fu durissimo. Morirono in così tanti, allora! 11 guaio era lo sfinimento, soprattutto per gli uomini. In qualche modo le donne sembravano immuni. Erano più forti. Quelli che arrivarono per primi — scienziati e amministratori — non erano abituati al lavoro fisico, e morivano con facilità. Ma i tempi peggiori vennero durante la guerra. Fino al 1941 c’era qualcosa da mangiare, fosse pure solo patate secche. Ma nel 1941 ci fu la carestia in tutta la Russia, e la fatica e la fame ne uccisero tantissimi ». La sua voce ora si è livellata ed è calma. « C’erano terrapieni lungo la strada, e quando uno moriva scavavamo un buco, gli avvolgevamo la testa nel suo giaccone di lana grezza, e lo ricoprivamo di ghiaia». Si piega in avanti e liscia il tappeto con le mani, dolcemente. Ride, e la risata sembra provenire da molto lontano. « Più tardi posammo le rotaie sopra di loro, e presto i treni sfrecciarono sulle loro tombe». Mi tocca la mano, come se fossi io ad aver bisogno di conforto. « Spesso il terreno era più duro della pietra, così ci toccava aspettare fino all’estate.

Allora una squadra di lavoro scavava una lunga fossa e ci gettava dentro i cadaveri. Anche dopo le esecuzioni scavavano una ‘tomba dei fratelli’ ». Il suo corpo riprende a ondeggiare. « Intuimmo che la guerra stava per finire quando ottenemmo veri funerali, e bare. E dopo il 1945 affluirono interi scaglioni di ucraini, bielorussi e tedeschi.

Allora capimmo che era finita ». Il suo respiro si è fatto più veloce, sul divano accanto a me; mi chiedo se non le abbia chiesto troppo di lei. « Mi scusi se ho domandato». « Molti soffrirono più di me. Certo, c’era gente di tutti i tipi, anche blatnye, e succedevano tante cose... » E impossibile immaginare che cosa stia rammentando. Le donne soffrirono in modo particolare. Le politiche, le cosiddette « rose», venivano tormentate dalle «violette » criminali, alcune delle quali erano anche malate di mente; davanti agli uomini, poi, erano tutte indifese. Una volta due brigate di donne convalescenti furono stuprate in massa dai blatnye.

Ma lei dice: « Ho solo lavorato duro, me ne sono stata tranquilla, e nessuno è stato troppo crudele con me. Non troppo». Quando si anima, intravedo in lei la ragazza che era, e mi chiedo se abbia ricevuto protezione da un ufficiale o da un soldato, pagandone il prezzo, come fecero altre giovani donne. Le guardie erano crudeli, chiedo, o solo indifferenti? «Facevano quello che veniva loro ordinato» risponde. «Dopotutto, se fossimo riusciti a scappare, avrebbero fatto la nostra stessa fine».

Non mi piace tutta questa comprensione. Voglio vederla arrabbiata. « Pensavano che lei fosse colpevole? » « Sì, sì, per loro eravamo tutti colpevoli». Si guarda le mani. I radi capelli le inargentano il collo di riccioli sparuti. «Be’, forse nel loro intimo ne dubitavano. Almeno più tardi devono aver cominciato a pensare che non potevano esserci così tanti colpevoli. Ma si tenevano a distanza da noi». Quanto era densa quella distanza? mi domandai. Era imposta dalla paura della contaminazione, di un tradimento che avrebbe potuto spargersi come tifo per il campo, o dal complesso pericolo insito nella compassione? Per una guardia fraternizzare con un detenuto equivaleva a una condanna. E il pensiero che questa gente potesse essere tutta innocente veniva represso: era un orrore troppo grande, inimmaginabile. « Forse un po’ ci compativano » dice, e poi testardamente aggiunge, difendendoli e in qualche modo difendendo se stessa: « Ma il lavoro è lavoro. Uno fa quello che deve fare».

Lascio perdere e non dico nulla. Ma è facile farsi un’idea sbagliata di quei tempi, dimenticare quanto fosse isolata la gente in un mondo infestato da informatori, e come tutti gli organi cli controllo statale, tutte le autorità, riproducessero la paranoia di Stalin: l’ossessione della cospirazione, l’isterismo collettivo del sabotaggio; finché la verità accertabile divenne una pericolosa rarità. L’interrogatorio o la tortura di ogni sospetto naturalmente produceva una valanga di nuovi nomi. Spesso le imputazioni erano ridicole. Le persone erano accusate di voler far saltare in aria ponti inesistenti, o di spiare per conto di Paesi di cui conoscevano a malapena l’esistenza.

Tutte le accuse si basavano su un principio illogico: Tu non hai diritti non hai intelletto. La logica è nostra. E ogni confessione, per quanto assurda, discolpava sottilmente l’inquisito re, gli assicurava una perversa illusione di giustizia. Sembrava confermare la sofferenza di un intero popolo.

« E lei » insisto, « ha mai pensato di essere colpevole? » « No, assolutamente no. Né gli altri l’hanno pensato di me. Ma anche se avrebbero dovuto rilasciarmi nel 1948, rimasi dentro. Trascorsi altri due anni nei campi. Dopo la mia liberazione, quando scrissi al pubblico ministero, mi rispose che non mi avevano potuto lasciare andare prima perché mi ero schierata contro il potere sovietico. Ed era vero: ero contro il potere sovietico perché era contro la gente. Poi mi dissero che io ero contro la gente. Ma io ero un membro del partito, e il partito era per la gente, e il potere... » La perdo in un vasto labirinto. Non sono in grado di sbrogliare le sue ombre. Alla fine dice: «11 partito non aveva colpe, assolutamente no. Io accuso... certe persone... certe persone... » Si fa vaga. In qualche nebbiosa. gerarchia ha individuato un capro espiatorio. Ha spostato la responsabilità in alto, finché tutto non si è praticamente dissolto. Non intende accusare l’intero sistema. No. Sa solo che da qualche parte fu commesso un errore tremendo. Una tragica fatalità, a quanto pare. Sospira aspramente. Se non fosse stato per questo incidente, tutto sarebbe andato bene. Invece, il paradiso era sfumato... Cerca di spiegare, dà pugni al divano per la frustrazione. Noto i suoi grossi polsi da lavoratrice. Le mani in cui sfociano hanno l’aria di essere delicati ripensamenti, così come i lineamenti del viso appaiono aggraziati sul suo collo tozzo. E come se anni di fatiche avessero tornito una donna un tempo fragile, ipersensibile, quasi inglobandola. « Non è più rientrata nel partito? » le chiedo alla fine. « Non l’ho mai lasciato » risponde risoluta. No, non nel suo cuore. E dopo la riabilitazione, la sua appartenenza al partito fu riconfermata. In assenza di rabbia da parte sua, la sentivo montare dentro di me. «

Dovrebbero essere loro a chiederle di riabilitarli ». Ma lei mi fissa con occhi assenti. Forse pensa di non avere sentito bene. Nell’ovale della sua bocca rimangono solo tre o quattro denti, uno dei quali penzola da un pezzo di radice. Poi si volta di nuovo verso la televisione, dove una messicana del bel mondo sporge le labbra per addentare uno stuzzichino. « Quella Dulcinea » dice, « si rovinerà.., e il suo José non sa recitare: ha uno sguardo da pesce lesso... » Emette una risatina stridula e poi dice: « Perché non si riesce mai a tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni? Se fossero stati stilati rapporti ordinari della vita nei campi di lavoro, la gente capirebbe che non potevamo sempre piangere, che uscendo dalle miniere ci recavamo alla lavanderia cantando. Lei è uno scrittore, no? E allora perché non lo scrive? Che a volte ridevamo anche, che ballavamo e cantavamo anche. Perché la gente deve vivere con la speranza... » La sua voce si è raddolcita in un disegno ritmico, e ora pare che sia il ritmo a scegliere le parole.

« Una volta ricevetti un pacchetto illegale — tre chili di zucchero! — e stavo fermentando della birra di nascosto, quando un ufficiale entra nel dormitorio e, ops!, tutto gli esplode in faccia. Ero terrorizzata: temevo che mi avrebbero messa in isolamento, e invece da allora quando faceva lui l’appello mi chiamava ‘la dinamitarda’, e tutti ridevano. Scriva anche questo. Non c’erano solo lacrime. Lo scriva». «Lo scriverò».

Ma c’è qualcosa che mi infastidisce. Non posso sopportare la sua acquiescenza. « Ma qual era il senso di tanta sofferenza, alla fine... » dico crudelmente. Torna a guardarmi, e d’un tratto i suoi occhi cominciano a grondare lacrime. Distoglie di nuovo lo sguardo. Per la prima volta sembra incapace di rispondere. «Il senso? » ripete. E forse questa la cosa più difficile da sopportare: l’idea che tutta quella fatica, quella sofferenza, quelle morti fossero per nulla. La sofferenza prima di allora aveva avuto un significato. «Il senso? » La parola sembra tormentarla. Gli occhi sono due fontane, e io mi vergogno di aver fatto quella domanda. La sua mano si posa sulla mia. « Sono amareggiata per aver sprecato la mia vita. Speravamo in cose molto più belle. Guardi che città è stata fondata qui! E adesso è distrutta. Le scuole sono state demolite, le biblioteche hanno chiuso, i lavoratori sono senza paga da mesi e anni. Com’è possibile fidarsi di un governo che permette questo? Adesso la gente pensa solo a far soldi. Ha perso ogni ideale... Chi l’avrebbe detto che saremmo arrivati a questo punto? » « Ma non finirà così».

Mi accorgo che quasi non mi ascolta. « Non è possibile dimenticare quegli anni. Mai. È come una malattia. Non le ho raccontato tutto quello che successe, ma se lo può immaginare... » « Già». (A volte penso di poterlo immaginare). « Non sa quanti morirono! » La sua voce è una musica terribile. « Morirono di debolezza, di stenti. Se c’era una bufera di neve, se faceva freddo, dovevamo lavorare lo stesso. Non bastava spaccare il carbone dalla roccia, dovevamo anche caricarlo nei carrelli e trainarli. Non avevamo carrucole, e soltanto nel 1942 mandarono giù cavalli da tiro. Era molto pesante, molto. Per non parlare di quanti crollavano, di quanti morivano così, trainando i carrelli, e poi di come li trascinavamo fuori per le gambe... » La sua voce si è allontanata da me, come se stesse sognando.

Pensavo: forse i morti hanno portato via con loro il senso della realtà. Da allora non era più accaduto niente di così forte, di così triste, il significato era morto prima di lei. Ciò nonostante si alza e passa in rassegna i canali televisivi con borbotti di malcontento, poi spegne la televisione. « Ho ottantasette anni » dice, « ma voglio vivere per vedere il futuro».

In Siberia - Colin Thubron
In Siberia

Colin Thubron - In Siberia
Capitolo 2 "Mancamento di cuore"
Pagine 42-56
(1999) Editore TEA

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