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Alcuni libri per capire cos'è stato il comunismo

Vorkuta - terra di Gulag

Ritorno a Vorkuta

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Ormai è una donna anziana. Trascina per strada il suo grosso corpo barcollante, agitando ritmicamente le braccia, con le guance rosse per lo sforzo. Ma una volta nel suo appartamento, gli occhi le si rischiarano. Siede diritta, distratta dalla telenovela messicana che va in onda tutti i giorni da un anno. Dice che è spazzatura, però la guarda. Sul quel grosso collo, il viso appare stranamente delicato; gli occhi sono color fiordaliso. Anche adesso, a ottantasette anni, a tratti appare bella; in gioventù i suoi sguardi dovevano essere una benedizione pericolosa.

Lavorava all’ambasciata russa a Berlino, racconta, e aderì a un debole movimento accusato di opporsi a Stalin. Fu arrestata nel 1938, e portata da Mosca a Vorkuta: una comunista ingenua che credeva nella legge, fede che non le è mai venuta meno. Adesso lavora per « Memoriale », dove l’ho incontrata: un’organizzazione che si occupa di mantenere vivo il ricordo dei milioni di scomparsi, i morti che lei non dimenticherà mai. « All’inizio vivevamo praticamente sottoterra, poi in tende-capanne, finché non costruimmo le baracche. La cosa peggiore non era la temperatura ma il vento, che ti strappava dentro ». Si avvolge il corpo con le braccia. «Prima lavoravo nelle miniere, poi ci misero a costruire la strada. E quando la strada fu finita mi rimandarono in miniera». Ogni tanto le sue parole vengono sabotate da una risata, come se fosse ancora incredula; e i suoi occhi azzurri sembrano distaccati da tutto quell’orrore, superstiti nati. « Siccome ero considerata — come dire? — una pericolosa criminale, non stavo in una normale camerata. Ero tenuta separata, in una baracca insieme con altri quattro, e con due guardie. Dormivamo su due tavolacci. Ma la cosa peggiore era non ricevere lettere. Mio marito, che era un medico dell’esercito, mi ripudiò per proteggere i figli. E comunque, che cosa avrei potuto scrivergli? ‘Sto bene’? Ma lui mi ripudiò, e io non gli scrissi. E poi la censura leggeva tutto... »

« Non si è mai ammalata? » le chiedo. «No, mai». Poi, quasi ripensandoci, dice: « Ah, sì, una volta sola. Nel 1941 ho preso il tifo». La fisso. Un’epidemia di tifo trasmesso dai pidocchi uccise migliaia di persone nei campi di Vorkuta. « Credevo che mi sarei ricoperta di eruzioni su tutto il corpo, e invece non comparvero. Ma la temperatura mi sali vertiginosamente. Quando mi caddero i capelli, loro capirono che avevo la febbre enterica. Così mi portarono in isolamento, dove rimasi un sacco di tempo. Un sacco di tempo». Sembra che stia rincorrendo un ricordo. Ma le sfugge. « Non mi spiaceva. Ero sola».

Mi sento un po’ voyeur, e me ne vergogno, ma chiedo ugualmente: « E il lavoro com'era? » Forse la quotidianità non era proprio terribile come la gente l’aveva descritta, penso.

Forse ci si ricordava solo del peggio, delle situazioni eccezionali. Prende a dondolare sul divano, avanti e indietro, pesantemente. La sua faccia si gira verso il televisore, dove la telenovela prosegue fra yacht e smoking. « Costruire la strada fu durissimo. Morirono in così tanti, allora! 11 guaio era lo sfinimento, soprattutto per gli uomini. In qualche modo le donne sembravano immuni. Erano più forti. Quelli che arrivarono per primi — scienziati e amministratori — non erano abituati al lavoro fisico, e morivano con facilità. Ma i tempi peggiori vennero durante la guerra. Fino al 1941 c’era qualcosa da mangiare, fosse pure solo patate secche. Ma nel 1941 ci fu la carestia in tutta la Russia, e la fatica e la fame ne uccisero tantissimi ». La sua voce ora si è livellata ed è calma. « C’erano terrapieni lungo la strada, e quando uno moriva scavavamo un buco, gli avvolgevamo la testa nel suo giaccone di lana grezza, e lo ricoprivamo di ghiaia». Si piega in avanti e liscia il tappeto con le mani, dolcemente. Ride, e la risata sembra provenire da molto lontano. « Più tardi posammo le rotaie sopra di loro, e presto i treni sfrecciarono sulle loro tombe». Mi tocca la mano, come se fossi io ad aver bisogno di conforto. « Spesso il terreno era più duro della pietra, così ci toccava aspettare fino all’estate.

Allora una squadra di lavoro scavava una lunga fossa e ci gettava dentro i cadaveri. Anche dopo le esecuzioni scavavano una ‘tomba dei fratelli’ ». Il suo corpo riprende a ondeggiare. « Intuimmo che la guerra stava per finire quando ottenemmo veri funerali, e bare. E dopo il 1945 affluirono interi scaglioni di ucraini, bielorussi e tedeschi.

Allora capimmo che era finita ». Il suo respiro si è fatto più veloce, sul divano accanto a me; mi chiedo se non le abbia chiesto troppo di lei. « Mi scusi se ho domandato». « Molti soffrirono più di me. Certo, c’era gente di tutti i tipi, anche blatnye, e succedevano tante cose... » E impossibile immaginare che cosa stia rammentando. Le donne soffrirono in modo particolare. Le politiche, le cosiddette « rose», venivano tormentate dalle «violette » criminali, alcune delle quali erano anche malate di mente; davanti agli uomini, poi, erano tutte indifese. Una volta due brigate di donne convalescenti furono stuprate in massa dai blatnye.

Ma lei dice: « Ho solo lavorato duro, me ne sono stata tranquilla, e nessuno è stato troppo crudele con me. Non troppo». Quando si anima, intravedo in lei la ragazza che era, e mi chiedo se abbia ricevuto protezione da un ufficiale o da un soldato, pagandone il prezzo, come fecero altre giovani donne. Le guardie erano crudeli, chiedo, o solo indifferenti? «Facevano quello che veniva loro ordinato» risponde. «Dopotutto, se fossimo riusciti a scappare, avrebbero fatto la nostra stessa fine».

Non mi piace tutta questa comprensione. Voglio vederla arrabbiata. « Pensavano che lei fosse colpevole? » « Sì, sì, per loro eravamo tutti colpevoli». Si guarda le mani. I radi capelli le inargentano il collo di riccioli sparuti. «Be’, forse nel loro intimo ne dubitavano. Almeno più tardi devono aver cominciato a pensare che non potevano esserci così tanti colpevoli. Ma si tenevano a distanza da noi». Quanto era densa quella distanza? mi domandai. Era imposta dalla paura della contaminazione, di un tradimento che avrebbe potuto spargersi come tifo per il campo, o dal complesso pericolo insito nella compassione? Per una guardia fraternizzare con un detenuto equivaleva a una condanna. E il pensiero che questa gente potesse essere tutta innocente veniva represso: era un orrore troppo grande, inimmaginabile. « Forse un po’ ci compativano » dice, e poi testardamente aggiunge, difendendoli e in qualche modo difendendo se stessa: « Ma il lavoro è lavoro. Uno fa quello che deve fare».

Lascio perdere e non dico nulla. Ma è facile farsi un’idea sbagliata di quei tempi, dimenticare quanto fosse isolata la gente in un mondo infestato da informatori, e come tutti gli organi cli controllo statale, tutte le autorità, riproducessero la paranoia di Stalin: l’ossessione della cospirazione, l’isterismo collettivo del sabotaggio; finché la verità accertabile divenne una pericolosa rarità. L’interrogatorio o la tortura di ogni sospetto naturalmente produceva una valanga di nuovi nomi. Spesso le imputazioni erano ridicole. Le persone erano accusate di voler far saltare in aria ponti inesistenti, o di spiare per conto di Paesi di cui conoscevano a malapena l’esistenza.

Tutte le accuse si basavano su un principio illogico: Tu non hai diritti non hai intelletto. La logica è nostra. E ogni confessione, per quanto assurda, discolpava sottilmente l’inquisito re, gli assicurava una perversa illusione di giustizia. Sembrava confermare la sofferenza di un intero popolo.

« E lei » insisto, « ha mai pensato di essere colpevole? » « No, assolutamente no. Né gli altri l’hanno pensato di me. Ma anche se avrebbero dovuto rilasciarmi nel 1948, rimasi dentro. Trascorsi altri due anni nei campi. Dopo la mia liberazione, quando scrissi al pubblico ministero, mi rispose che non mi avevano potuto lasciare andare prima perché mi ero schierata contro il potere sovietico. Ed era vero: ero contro il potere sovietico perché era contro la gente. Poi mi dissero che io ero contro la gente. Ma io ero un membro del partito, e il partito era per la gente, e il potere... » La perdo in un vasto labirinto. Non sono in grado di sbrogliare le sue ombre. Alla fine dice: «11 partito non aveva colpe, assolutamente no. Io accuso... certe persone... certe persone... » Si fa vaga. In qualche nebbiosa. gerarchia ha individuato un capro espiatorio. Ha spostato la responsabilità in alto, finché tutto non si è praticamente dissolto. Non intende accusare l’intero sistema. No. Sa solo che da qualche parte fu commesso un errore tremendo. Una tragica fatalità, a quanto pare. Sospira aspramente. Se non fosse stato per questo incidente, tutto sarebbe andato bene. Invece, il paradiso era sfumato... Cerca di spiegare, dà pugni al divano per la frustrazione. Noto i suoi grossi polsi da lavoratrice. Le mani in cui sfociano hanno l’aria di essere delicati ripensamenti, così come i lineamenti del viso appaiono aggraziati sul suo collo tozzo. E come se anni di fatiche avessero tornito una donna un tempo fragile, ipersensibile, quasi inglobandola. « Non è più rientrata nel partito? » le chiedo alla fine. « Non l’ho mai lasciato » risponde risoluta. No, non nel suo cuore. E dopo la riabilitazione, la sua appartenenza al partito fu riconfermata. In assenza di rabbia da parte sua, la sentivo montare dentro di me. «

Dovrebbero essere loro a chiederle di riabilitarli ». Ma lei mi fissa con occhi assenti. Forse pensa di non avere sentito bene. Nell’ovale della sua bocca rimangono solo tre o quattro denti, uno dei quali penzola da un pezzo di radice. Poi si volta di nuovo verso la televisione, dove una messicana del bel mondo sporge le labbra per addentare uno stuzzichino. « Quella Dulcinea » dice, « si rovinerà.., e il suo José non sa recitare: ha uno sguardo da pesce lesso... » Emette una risatina stridula e poi dice: « Perché non si riesce mai a tenere a mente le cose buone, le cose di tutti i giorni? Se fossero stati stilati rapporti ordinari della vita nei campi di lavoro, la gente capirebbe che non potevamo sempre piangere, che uscendo dalle miniere ci recavamo alla lavanderia cantando. Lei è uno scrittore, no? E allora perché non lo scrive? Che a volte ridevamo anche, che ballavamo e cantavamo anche. Perché la gente deve vivere con la speranza... » La sua voce si è raddolcita in un disegno ritmico, e ora pare che sia il ritmo a scegliere le parole.

« Una volta ricevetti un pacchetto illegale — tre chili di zucchero! — e stavo fermentando della birra di nascosto, quando un ufficiale entra nel dormitorio e, ops!, tutto gli esplode in faccia. Ero terrorizzata: temevo che mi avrebbero messa in isolamento, e invece da allora quando faceva lui l’appello mi chiamava ‘la dinamitarda’, e tutti ridevano. Scriva anche questo. Non c’erano solo lacrime. Lo scriva». «Lo scriverò».

Ma c’è qualcosa che mi infastidisce. Non posso sopportare la sua acquiescenza. « Ma qual era il senso di tanta sofferenza, alla fine... » dico crudelmente. Torna a guardarmi, e d’un tratto i suoi occhi cominciano a grondare lacrime. Distoglie di nuovo lo sguardo. Per la prima volta sembra incapace di rispondere. «Il senso? » ripete. E forse questa la cosa più difficile da sopportare: l’idea che tutta quella fatica, quella sofferenza, quelle morti fossero per nulla. La sofferenza prima di allora aveva avuto un significato. «Il senso? » La parola sembra tormentarla. Gli occhi sono due fontane, e io mi vergogno di aver fatto quella domanda. La sua mano si posa sulla mia. « Sono amareggiata per aver sprecato la mia vita. Speravamo in cose molto più belle. Guardi che città è stata fondata qui! E adesso è distrutta. Le scuole sono state demolite, le biblioteche hanno chiuso, i lavoratori sono senza paga da mesi e anni. Com’è possibile fidarsi di un governo che permette questo? Adesso la gente pensa solo a far soldi. Ha perso ogni ideale... Chi l’avrebbe detto che saremmo arrivati a questo punto? » « Ma non finirà così».

Mi accorgo che quasi non mi ascolta. « Non è possibile dimenticare quegli anni. Mai. È come una malattia. Non le ho raccontato tutto quello che successe, ma se lo può immaginare... » « Già». (A volte penso di poterlo immaginare). « Non sa quanti morirono! » La sua voce è una musica terribile. « Morirono di debolezza, di stenti. Se c’era una bufera di neve, se faceva freddo, dovevamo lavorare lo stesso. Non bastava spaccare il carbone dalla roccia, dovevamo anche caricarlo nei carrelli e trainarli. Non avevamo carrucole, e soltanto nel 1942 mandarono giù cavalli da tiro. Era molto pesante, molto. Per non parlare di quanti crollavano, di quanti morivano così, trainando i carrelli, e poi di come li trascinavamo fuori per le gambe... » La sua voce si è allontanata da me, come se stesse sognando.

Pensavo: forse i morti hanno portato via con loro il senso della realtà. Da allora non era più accaduto niente di così forte, di così triste, il significato era morto prima di lei. Ciò nonostante si alza e passa in rassegna i canali televisivi con borbotti di malcontento, poi spegne la televisione. « Ho ottantasette anni » dice, « ma voglio vivere per vedere il futuro».

In Siberia - Colin Thubron
In Siberia

Colin Thubron - In Siberia
Capitolo 2 "Mancamento di cuore"
Pagine 42-56
(1999) Editore TEA

http://www.tealibri.it/generi/viaggi/in_siberia_9788850202584.php

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