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Alcuni libri per capire cos'è stato il comunismo

Vorkuta - terra di Gulag

Ritorno a Vorkuta

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Entro un anno erano morti già 28.000 uomini. Un prigioniero in tempi più miti incontrò gli ultimi rimasti delle centinaia di migliaia di condannati fra il 1943 e il 1947. Erano sopravvissuti, riferì, perché erano più robusti degli altri — un’élite biologica — ma erano imbestialiti e mezzi matti. Sotto il castelletto sventrato della miniera, i mucchi di scorie e di detriti erano abitati da vagabondi in cerca di metallo. Un’orda di cani feroci si aggirava in libertà. Mi avviai lungo la ferrovia della miniera fra arbusti, acquitrini e un sottobosco di macerie. Le rotaie erano state strappate metro per metro. Oltrepassai discariche su cui fioccavano stormi di gabbiani, quindi giunsi a un solitario edificio di mattoni, suddiviso in una serie di stanze anguste. Il tetto non c’era più, ma rimanevano le travi rivestite di ferro dei telai delle porte, e le pareti non avevano finestre. Erano celle di isolamento. Solenicyn scrisse che dopo dieci giorni li dentro un prigioniero, spesso addirittura privato dei vestiti, arrivava allo stremo, e dopo quindici giorni moriva. Ora il cemento si sgretolava sotto i piedi, e davanti a ogni cella dondolava lo scheletro di quella che era stata una porta. All’esterno, la camomilla selvatica lambiva i mattoni. Sprofondai fino alla caviglia in un pantano nascosto da arbusti, e mi trascinai fuori. Davanti a me, i treni carichi di carbone ansimavano sferragliando nella tundra.

Mi immaginai qui cinquant’anni fa. Che cosa avrei fatto? Ma sapendo che il deperimento fisico mina la volontà, non potei che rispondermi: Ti saresti comportato come tutti gli altri. Mi imbattei in un messaggio inciso su una roccia: « Sono stato esiliato nel 1949, e mio padre è morto qui nel 1942. Ricordatevi di noi».

«Arrivano a migliaia! Quando volano a sud in autunno, è lì che le prendi. Oche, anatre, alzavole! E poi c’è un salmone rosso che scende il fiume Pesora dall’Artico, e va a infilarsi nella Vorkuta... » Subito dopo la miniera 29, Vasil fece un’inversione, e scendemmo. Le pulegge si stagliavano nude contro il cielo. Una bassa collina, ricoperta da uno strato scivoloso di muschio e di canne, aveva assorbito il campo in decadenza. « Be’, questo salmone ha una specie di caviale. Un giorno, lo scorso giugno... »

Ma questa volta non fece in tempo a terminare la frase: non appena penetrammo nella vegetazione umida, si sollevò un nugolo di zanzare. Erano enormi. E costituivano la retroguardia delle migliaia di miliardi dell’orribile gnus — un miasma di moscerini, zanzare, mosche e tafani — che d’estate si riproduce negli stagni della tundra. Vennero verso di noi come elicotteri. Nella tundra possono costringere branchi di renne e di bovini a fughe precipitose, ed è capitato che abbiano soffocato puledri (e persino, si dice, renne e uomini) ostruendone la gola e le narici. Vivono solo pochi giorni, e non si nutrono di nulla. Alcune specie non hanno nemmeno sviluppato gli organi digestivi. E ciò nonostante ci volavano addosso con furia dimentica di sé — ormai quasi innocui, a metà agosto — pungendoci per abitudine o per dispetto. Quella sera mi ritrovai ampie irritazioni sui polsi e sulle caviglie — i morsi di migliaia di bocche lilipuziane — che svanirono il mattino dopo. Ma Vasil non volle saperne. Quando andava a caccia, mi urlò, lui indossava reti protettive: non aveva in programma di farsi mangiare vivo in una lurida miniera. Così proseguii da solo arrancando tra fondamenta di legno in putrefazione, montanti bruciacchiati, catene e secchi arrugginiti.

Una ragnatela di recinzioni che sprofondavano tra gli arbusti terminava presso i resti di un cancello. Una finestra cerchiata di ferro era stata gettata tutta intera fra gli arbusti.

Nelle baracche, ancora in equilibrio precario sul terreno, la luce si riversava attraverso i tetti sulle atroci camerate, dove i tavolacci su cui gli uomini venivano ammassati come batterie di galline erano rovinati a terra, e dalle pareti trasudava polvere di carbone. Raggiunsi il cimitero di fronte alla miniera. Se ne incontrano dappertutto, intorno a Vorkuta, ma non contengono che una frazione dei caduti. In inverno i cadaveri venivano ammucchiati in baracche aperte finché non erano abbastanza perché valesse la pena di seppellirli; a quel punto un ufficiale del NKVD, l’antenato del KGB, fracassava i crani con un piccone, e quindi i corpi venivano scaricati in una fossa scavata in estate per l’occorrenza.

Ma qui, oltre alle lapidi in memoria dei morti lettoni e tedeschi, dalla boscaglia spuntavano centinaia di croci scolorite. Tutte senza nome. I loro bracci riportavano sigle — «A-41... A-87 » —, ma molte erano marcite o scomparse. (La gente le rubava come souvenir, mi disse Vasil). Sotto un cespuglio giacevano una slitta per il trasporto dei cadaveri, un piccone e uno stivale di gomma spaiato, abbandonati dopo l’ultimo funerale, quarant’anni prima. La miniera 29 porta con sé una tragedia particolare. Pochi mesi dopo la morte di Stalin, nel 1953, nei campi di lavoro di tutta la Siberia scoppiarono scioperi, e questa miniera ne fu l’avanguardia. I reclusi fecero richieste in nome dell’intero gulag, perché fossero rilasciati gli uomini troppo anziani e troppo giovani e fossero rimpatriati gli stranieri.

Chiesero il bando delle esecuzioni fatte a casaccio dalle guardie nelle torrette d’osservazione. Volevano una riduzione dell’orario di lavoro. Volevano un briciolo di umanità. Uno dopo l’altro, gli altri campi di Vorkuta si arresero alle minacce o alle menzogne provenienti da Mosca; ma la miniera 29 resistette. Nel frattempo era stata circondata da due divisioni di truppe corazzate dell’NKVD. Il cancello principale ora giaceva sotto i miei piedi confuso insieme ad altri resti indecifrabili. Ma all’epoca, quando le truppe lo abbatterono, si ritrovarono davanti i prigionieri stretti in una falange compatta, sottobraccio, che cantavano.

Ci furono tre o quattro raffiche di armi leggere, poi le mitragliatrici aprirono il fuoco. Per un minuto i minatori rimasero compatti ed eretti, con i vivi che sostenevano i morti; poi cominciarono a stramazzare a terra. I caduti furono gettati in una fossa comune: una « tomba dei fratelli», come dicono i russi. Ai tempi di Chruscev, qualcuno innalzò una croce alta come un palo del telegrafo sui cumuli di scorie sotto i quali riposano. La croce non c’è più, ma nello studio dell’architetto capo di Vorkuta sono appesi i progetti per altri monumenti. Nessuno sa chi li finanzierà — il governo non dà nulla — ma i sogni dell’architetto non finiscono qui. Sul fiume Vorkuta si leverà un’immensa croce ricavata dalla roccia, spera, e nel marmo delle sue pale verranno incisi i nomi dei morti. E poi una collina si aprirà su una folla di facce scolpite che guardano fisso da terra, nello sforzo di sollevarsi.

E sulla « tomba dei fratelli » della miniera 29 si ergerà una figura in granito della Madre Russia, senza i pezzi del viso, delle spalle e del cuore.

Tags: Gulag, Vorkuta

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