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La psicologia di Beria e di Stalin

La psicologia di Beria e di Stalin

Indice articoli

Riportiamo qui parte del capitolo introduttivo del bel libro di Amy Knight - Beria - in cui la ricercatrice mette in evidenza le affinità psicologiche di Beria e Stalin e il loro comune background culturale e sociale.

Chi si trovò al capezzale di Stalin ai primi di marzo del 1953 non poté non constatare come Lavrentij Pavlovi Beria, in piedi accanto al moribondo, a stento riuscisse a mascherare la sua gioia nel vedere il dittatore avvicinarsi agli ultimi attimi di vita [Beria, l'Hilmmler sovietico]. Da quando si erano incontrati, negli anni Venti, i due uomini avevano condiviso molte avventure. Beria, che per anni era stato uno degli uomini chiave del governo e dal quale dipendeva l’intero apparato della polizia sovietica, si era trovato al fianco di Stalin nei momenti cruciali della dittatura. Tuttavia, verso il 1950 il loro rapporto, sebbene in apparenza ancora solido, aveva iniziato a incrinarsi. Stalin aveva cominciato a diffidare di Beria e a maturare l’intenzione di disfarsi di lui; Beria ne era consapevole e aveva quindi le sue ragioni per rallegrarsi della morte del dittatore. 

Ma la scomparsa del leader concesse a Beria una tregua solo temporanea: tre mesi più tardi, un drammatico colpo di mano promosso da Nikita Kruscev e dagli altri membri della dirigenza portò all’arresto dell’ex braccio destro di Stalin. Per giustificare la loro azione, gli avversari di Beria lo accusarono di spionaggio e tradimento. Nel dicembre del 1953, al termine - o forse addirittura prima - di un processo avvenuto a porte chiuse, Beria venne giustiziato e il suo nome espunto dalla memoria ufficiale.

Per sottolineare simbolicamente la sua «non esistenza» i redattori della Bol’saja sovetskaja énciklopedija inviarono a tutti gli abbonati una nota che suggeriva con discrezione di eliminare «con un coltellino o una lametta» la voce «Beria» fornendo in sostituzione una voce sul «mare di Bering». Nei successivi trent’anni nessuna storia ufficiale, nessun libro di testo, nessun memoriale autorizzato menzionò più il nome di Beria, se non per rari accenni allo «spietato criminale». Ma chi sopravvisse all’era staliniana non si dimenticò di lui: associato nella memoria alla terribile polizia politica e bollato dai suoi nemici come traditore, finì con il diventare (e rimanere ancora oggi) nell’immaginario collettivo il simbolo stesso di quel periodo buio. Mentre è ancora possibile formulare un giudizio ambivalente sulla figura di Stalin, riconoscendogli malgrado tutto doti di leader, il nome di Beria suscita inequivocabilmente paura, odio e disprezzo.

Per quanto il capo della polizia politica si sia certamente reso colpevole di orrendi misfatti, il proliferare di miti e leggende intorno alla sua figura ha impedito di cogliere la complessità dell’evoluzione della sua carriera, nonché di riconoscere la fondamentale importanza del ruolo che svolse nella politica sovietica interna ed estera fin da prima della seconda guerra mondiale. Il fatto di considerarlo uno dei più spietati collaboratori di Stalin ha impedito agli storici di prendere atto che, nonostante la crudeltà dimostrata, Beria portò a termine il suo compito con acume ed efficienza e giunse a esercitare una profonda influenza sulla politica sovietica. Inoltre, non è stato compreso come, all’epoca della morte di Stalin, il suo luogotenente fosse ormai divenuto un deciso propugnatore di una riforma di carattere liberale.
Questo saggio, che fornisce nuove interpretazioni di fonti note e attinge a documenti inediti resi consultabili dalla glasnost’, non intende affatto «riabilitare» Beria; intende, piuttosto, rimettere in discussione alcuni assunti di base relativi a Beria e al sistema stalinista in generale. Uno di questi riguarda la misura in cui lo stesso Stalin abbia effettivamente dominato gli eventi politici. La maggior parte degli storici considera Stalin un dittatore assoluto dotato di un potere illimitato, almeno a partire dal 1935. Nonostante le contrastanti valutazioni delle ragioni che lo portarono alla guida del paese e le divergenze circa l’analisi delle debolezze e dei punti di forza del sistema da lui istituito, quasi tutti gli studiosi concordano nel ritenere che il leader avesse saldamente in mano le redini dello stato sovietico. I suoi subordinati sono stati in genere considerati semplici pedine o vassalli che, per quanto agissero come «piccoli dittatori» nei rispettivi territori di influenza, erano tuttavia sempre pronti a inchinarsi al volere del capo.

Dato il prevalere di questa opinione non sorprende, dunque, che gli storici abbiano focalizzato la loro attenzione su Stalin, relegando i suoi più stretti collaboratori al ruolo di mere comparse. La biografia del dittatore è stata analizzata nei minimi particolari per permettere di fare luce sulla sua personalità; i moventi del leader sovietico sono stati passati al setaccio, mentre si è dimostrato ben scarso interesse per le motivazioni e la personalità degli altri membri del gruppo dirigente. Il solo Kruscev è stato giudicato degno di una seria analisi biografica, essendosi impadronito del potere dopo la morte di Stalin.
Se si considera l’impatto storico avuto da Stalin, la particolare attenzione dedicata alla sua personalità può apparire giustificata; tuttavia, non c’è potere dittatoriale che possa dirsi davvero assoluto, dipendendo sempre in parte dalla lealtà dei più stretti collaboratori. Proprio per questa ragione gli storici dovrebbero studiare più da vicino la psicologia dei sottoposti di Stalin e la dinamica delle loro interrelazioni. Sebbene dall’esterno potesse apparire onnipotente, Stalin non si fidò mai completamente dei suoi diretti collaboratori. Al contrario, secondo i biografi del dittatore, la sua insicurezza, che traeva origine da profondi squilibri psichici, superava di gran lunga i limiti della razionalità e con il passare degli anni finì con il trasformarsi in una grave forma di paranoia. Stalin divenne estremamente sospettoso, talmente ossessionato dalla possibilità di essere tradito da non fidarsi più di nessuno. Per questa ragione si rifiutò sempre di nominare un successore ufficiale e continuò a tessere intrighi ai danni dei suoi sottoposti nell’intento di contrapporli gli uni agli altri, di isolarli, costringendoli, per scongiurare il rischio di iniziative comuni, a fare capo personalmente a lui.
La strategia staliniana del divide et impera ebbe successo soprattutto perché, come estremo deterrente contro ogni tentazione di tradimento, il dittatore utilizzava lo spauracchio dell’eliminazione fisica: Stalin non dovette mai affrontare un’aperta opposizione proprio perché tutti sapevano che alla minima disobbedienza rischiavano la morte. D’altra parte era inevitabile che la paranoia riducesse la sua efficienza di leader e, cosa ancora più grave, lo rendesse psicologicamente manipolabile. Per sua fortuna Stalin riuscì a circondarsi, perlopiù di docili burocrati privi dell’immaginazione e della sensibilità necessarie a penetrare nei meandri della sua mente. Beria era il solo a fare eccezione.

Nato nel 1899, vent’anni dopo Stalin, il futuro capo della polizia politica non apparteneva alla generazione di rivoluzionari che avevano combattuto lo zar. Si era iscritto al partito bolscevico soltanto nel 1917, ma, come Stalin, era georgiano e condivideva con il suo mentore la capacità di esercitare nei confronti dei connazionali la repressione più spietata. Durante gli anni Venti e Trenta, prima come capo della polizia e successivamente come leader del partito in Georgia e Transcaucasia, Beria aveva conquistato la fiducia di Stalin per essere riuscito, senza nessuno scrupolo, a imporre il dominio sovietico e per aver contribuito, ai fini del proprio potere personale, a rafforzare il culto del capo. A differenza di molti altri dirigenti delle repubbliche nazionali, egli riuscì a sopravvivere alle purghe del 1936-1938, pur avendo rischiato in qualche occasione l’arresto. Quando, nel 1938, si trasferì a Mosca per assumere il comando della temutissima polizia politica sovietica, l’NKVD, Beria si era già macchiato del sangue di migliaia di connazionali georgiani. Pur essendo uno degli ultimi arrivati, ben presto riuscì a insinuarsi nella ristretta cerchia dei collaboratori di Stalin fino a divenire, nei successivi quindici anni, la seconda autorità del Cremlino.
Nel suo incarico all’NKVD, Beria diresse le operazioni di spionaggio, controspionaggio e sicurezza interna negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale e durante tutto il corso del conflitto. Inoltre, sovrintendeva a quella vasta organizzazione di lavoro forzato, il Gulag, che forniva una parte consistente della manodopera indispensabile all’economia sovietica. Durante la guerra, per fronteggiare l’avanzata tedesca, organizzò l’immensa evacuazione verso est dell’intero apparato industriale per la difesa e, nel 1945, ricevette da Stalin l’incarico di sovrintendere al progetto per la realizzazione della bomba atomica. Sebbene nel 1946 Beria avesse formalmente trasferito il controllo delle forze di polizia e della sicurezza a uomini di fiducia, nella sua posizione di membro effettivo del Politbjuro e di vicepresidente del consiglio dei ministri continuò a occuparsi, sia pure a distanza, di questo settore. Ciò lo avvantaggiava rispetto agli altri dirigenti nelle lotte per il potere che caratterizzavano la politica del Cremlino e che divennero, negli anni del dopoguerra, sempre più aspre via via che la salute fisica e mentale di Stalin andava declinando.
Beria fu sotto tutti gli aspetti un politico astuto che seppe fare buon uso della trama di alleanze politiche che aveva ordito in Transcaucasia e all’interno delle forze di sicurezza, circondandosi di un gruppo di fedelissimi sostenitori. La sua carriera testimonia quanta importanza avesse nel sistema staliniano il clientelismo, soprattutto quello basato sulla lealtà tra conterranei. Ma alla crescita del suo potere politico contribuì anche la particolare influenza che esercitava su Stalin; sebbene i suoi rapporti con il dittatore non siano stati sempre distesi, fin dall’inizio Beria fu in grado di superare le crisi perché riusciva a comprendere la specifica psicopatologia di Stalin meglio dei suoi colleghi. In quanto georgiano, conosceva il retroterra culturale e sociale in cui Stalin era cresciuto e il tipo di società dalla quale il dittatore aveva assorbito quei valori e quegli orientamenti che lo avrebbero condizionato per tutta la vita. I georgiani sono un popolo profondamente legato alle tradizioni nazionali e fortemente consapevole delle proprie radici culturali e sociali; anche se negli ultimi anni Stalin divenne, almeno in apparenza, del tutto «russificato, essendosi lasciato alle spalle il proprio passato georgiano, nel privato conservò intatto l’influsso del suo patrimonio culturale.


Come sottolinea lo storico Ronald Suny, per il georgiano l’ideale di virilità ha un’estrema importanza: è fondamentale per l’uomo essere impavido, deciso, imponente, dotato di notevole forza fisica, orgoglioso e leale versò gli amici, la famiglia e la nazione; inoltre, il georgiano deve essere sempre sontuosamente ospitale e saper reggere gli alcolici. Nella società georgiana ha grandissima importanza il senso dell’onore: non essere all’altezza dell’ideale virile significa disonorarsi e trascinare nella vergogna se stessi e la propria famiglia. Stalin condivideva tutte queste idee e, durante la clandestinità seguita alla militanza bolscevica, si fece chiamare «Koba», dal nome del protagonista di un famoso romanzo georgiano che incarnava tutte le caratteristiche della virilità nazionale. Eppure, nel confrontarsi con questa figura eroica, il dittatore sovietico fallì miseramente, come del resto aveva fallito il padre, Beso Dugavili, morto durante una rissa quando Stalin era ancora bambino: il genitore era stato infatti un ubriacone, incapace di mantenere la famiglia e violento tanto verso il figlio quanto verso la moglie.
Stalin non aveva avuto, dunque, un modello di autorità patriarcale consono alla tradizione; al contrario, aveva dovuto fare affidamento solo sulla ferrea volontà della madre che, ancora prima della morte del marito, aveva preso in mano le redini della famiglia. Basso, con un braccio offeso per i postumi di un incidente e il volto deturpato dal vaiolo, Stalin aveva in più lo svantaggio di un aspetto fisico infelice. Secondo le ipotesi dei suoi biografi, nonostante l’affetto che la madre sembra aver nutrito per lui, le violenze subite nella prima infanzia indussero in lui un’insicurezza e un senso di inferiorità profondissimi, che costituirono un ulteriore ostacolo al raggiungimento di quell’ideale di virilità. Le vessazioni del padre gli instillarono, inoltre, una congenita sfiducia nel prossimo e una spiccata propensione alla vendetta, tratti di carattere peraltro accentuati dalle regole della società georgiana:
L’alto valore assegnato all’amicizia, alla lealtà e alla fiducia in una società ferocemente competitiva faceva aumentare la possibilità di andare incontro a delusioni e disillusioni. Tradire un amico era la colpa suprema. La competitività porta a dare giudizi di superiorità odi inferiorità — chi è più forte, chi beve di più, chi propone i brindisi più toccanti — e di conseguenza crea tensioni, frustrazioni e sospetti reciproci: assegnare un siffatto valore alla fiducia implica il dover affrontare l’onnipresente timore del tradimento. Le amicizie e i legami di parentela forniscono sicurezza, protezione e risorse di tutti i generi, ma non possono eliminare la paura del tradimento o il timore di perdere la fiducia degli altri e l’onore.
Nello sviluppo psicologico di Stalin, quindi, la complessa interazione delle esperienze culturali e familiari contribuì a creare una personalità profondamente nevrotica, paranoide, alienata e incapace di una vita emotiva normale, Beria comprese tutto ciò non solo perché a sua volta era georgiano, ma anche perché aveva subito un’educazione assai simile. Anche lui proveniva da una povera famiglia di contadini ed era cresciuto in una zona agricola fortemente depressa; anche lui aveva perso il padre molto presto ed era stato allevato dalla madre senza un modello maschile di riferimento.
Rendendosi conto dell’insaziabile bisogno di Stalin di sentirsi lodato per compensare il profondo sentimento di inferiorità da cui era afflitto, Beria non cessava mai di adularlo. Sfruttava a proprio vantaggio l’ossessione di Stalin di venire tradito alimentandone la diffidenza: facile impresa, considerato il controllo che aveva sulla polizia politica e quindi sui dossier intestati ai colleghi e ai subordinati del dittatore. Come ha osservato Robert C. Tucker,
Beria non si limitava a soddisfare la bramosia di adulazione di Stalin, ma ne sollecitava attivamente la tendenza a non fidarsi degli altri, la necessità, originata in Stalin dai suoi stessi sensi di colpa, di denunciare, accusare e punire gli altri come nemici. Da questo punto di vista, la funzione di un personaggio come Seria non poteva che essere quella di fornire a Stalin sempre nuovi oggetti di sospetto e di condanna?
Unico georgiano tra i più stretti collaboratori di Stalin, Beria ne incarnò in un certo senso l’alter ego. Rivolgendosi a lui in pubblico nella comune lingua materna e appellandolo spesso con l’antico nome di battaglia di «Koba», non faceva che rammentargli di continuo le sue origini. Eppure Stalin provava nei confronti della patria sentimenti profondamente contraddittori — fatto non sorprendente, considerata la sua infanzia infelice — e a poco a poco cercò di disfarsi della propria identità di georgiano.

Paradossalmente fu proprio Beria ad agevolare tale processo, rendendosi complice di due atti che simbolizzarono il ripudio del legame con le radici. In primo luogo, nel 1935 il collaboratore di Stalin pubblicò il suo famigerato K voprosu ob istonii bol’sevistskih organizacij v Zakavkaz’e (Sulla storia delle organizzazioni bolsceviche in Transcaucasia), il cui fine era quello di assegnare al dittatore un ruolo di predominio nel movimento rivoluzionario del Caucaso, falsando la realtà storica e sminuendo il contributo di altri rivoluzionari. Non è chiaro se l’idea di scrivere il libro sia stata di Stalin: in ogni modo, avendo approvato con entusiasmo l’iniziativa e avendo accettato la glorificazione, priva di ogni fondamento, del proprio ruolo a scapito della verità, fece sì che si rinnegasse qualsiasi fedeltà alla storia della Georgia e qualsiasi rispetto del passato. Inoltre, nel 1937, quando Stalin non prese parte al funerale della madre, in Georgia, Beria, che all’epoca era segretario del partito in quella repubblica, lo sostituì e si occupò anche dell’organizzazione della cerimonia. Quali che fossero i motivi dell’assenza di Stalin, quest’ultima non rappresentò solo un tremendo insulto alla memoria della madre, ma anche una scandalosa violazione della tradizione culturale e sociale di un paese in cui il culto dei morti ha la massima importanza.

Tuttavia Beria non fu solo un parassita che si guadagnava i favorì di Stalin con metodi subdoli ma, incoraggiando attivamente le nevrosi del dittatore e il suo senso di alienazione, lo «eccitava» come nessun altro era capace di fare. Stalin divenne psicologicamente dipendente da Beria, il quale rimase sempre al suo fianco fin dai primi anni Quaranta. Durante le interminabili cene a cui tutti i più stretti collaboratori di Stalin erano obbligati a partecipare, Beria aveva, sebbene non ufficialmente, il compito di proporre i brindisi, costringendo gli ospiti a consumare grandi quantità di alcol e ad abbandonarsi a battute volgari. Facendo eccezione per la figlia, Stalin non frequentava i propri familiari e tuttavia odiava stare solo; perciò insisteva affinché i suoi subalterni gli tenessero compagnia durante le ore di veglia e lo accompagnassero persino in villeggiatura.
L’assoluta coincidenza tra vita pubblica e privata rafforzò senza dubbio la dipendenza emotiva che legava Stalin al suo entourage, e l’isolamento del gruppo dal mondo esterno contribuì non poco accentuare il fenomeno. Stalin e i suoi più stretti collaboratori restavano talmente estranei a quanto accadeva nel resto del paese, talmente compresi nelle dinamiche interne e nei vari intrighi di palazzo, che quanto avveniva «al di sotto» della loro cerchia finiva con il sembrar loro quasi irrilevante. Milovan Gilas, comunista iugoslavo che dopo

la guerra ebbe occasione di trascorrere molto ‘tempo con il gruppo dirigente sovietico, descrivendo una cena avvenuta nel 1949 nella villa di Stalin, rese efficacemente l’atmosfera che vi regnava. Gli ospiti, tutti membri della dirigenza sovietica incluso Beria, erano occupati in un gioco di società. A turno dovevano indovinare che temperatura ci fosse all’esterno e poi bere un bicchiere di vodka per ciascun grado di differenza con il dato esatto. «Quello stupido gioco» racconta Gilas «fece sì che d’improvviso fossi consapevole di quanto fosse assurda tutta l’esistenza di quegli uomini che ogni sera si riunivano a gozzovigliare insieme alloro vecchio capo; eppure da quegli uomini dipendeva la sorte dell’umanità.»

Isolati, rinchiusi in se stessi e accecati da una forma di nevrosi collettiva, Stalin e i suoi luogotenenti prendevano le loro decisioni prestando pochissima — per non dire alcuna — attenzione agli interessi del popolo sovietico. In realtà, ciò che più di ogni altra cosa li teneva uniti era proprio il condiviso disprezzo per l’individuo e la capacità di infierire con crudeltà estrema e senza alcuno scrupolo sulla propria gente.
Per quanto rilevante fosse l’influenza che esercitava su Stalin, Beria stava tuttavia giocando una partita pericolosa. Considerato il tipo di paranoia da cui il dittatore era affetto, era inevitabile che prima o poi questi cominciasse a non fidarsi più del suo principale collaboratore; né gliene mancavano le ragioni, in quanto alle sue spalle quest’ultimo andava facendosi sempre più sprezzante nei confronti del vecchio capo. Tuttavia, l’esasperata diffidenza e la paura della morte avevano a quel punto talmente invaso la sua mente che Stalin non era più in grado di dirigere uomini ed eventi secondo i propri fini. O forse ne aveva ancora la capacità, ma erano i suoi scopi a essere divenuti ormai nebulosi. Per quanto continuasse a incutere timore a tutti, incluso Beria, e riuscisse a ottenere una forma almeno esteriore di completa sottomissione, contro di lui iniziava a delinearsi qualcosa di più di una celata resistenza e, nei primi anni Cinquanta, cominciavano a intravedersi i primi segni di quella che sarebbe successivamente divenuta una spietata lotta per la successione.


Beria e Kruscev, all’epoca potente segretario del comitato centrale, erano i principali contendenti. Alla morte di Stalin, Beria fu libero di agire e assunse immediatamente il controllo formale del vasto apparato di polizia: un’iniziativa che venne interpretata dai suoi colleghi, e in particolare da Kruscev, come una minaccia. Generalmente, in ciò si riconosce la ragione dell’opposizione a Beria e del suo successivo arresto. Tuttavia, come questo saggio si propone di dimostrare, il programma di riforme concepito da Beria aveva suscitato altrettanta preoccupazione.

L’ex collaboratore di Stalin si era infatti spinto a promuovere una serie di iniziative tendenti a sovvertire gran parte della politica staliniana. I mutamenti da lui auspicati, accolti con sollievo dall’opinione pubblica, erano talmente radicali e di ampia portata da allarmare gli altri membri del gruppo dirigente. E paradossale che proprio Kruscev, in seguito acclamato come coraggioso «destalinizzatore», sia stato il primo responsabile del blocco delle riforme di Beria, capeggiando il complotto contro di lui. Il programma di Beria, come questa biografia intende suggerire, si proponeva di minare il sistema stalinista e avrebbe di conseguenza potuto condurre alla sua fine. La politica di Kruscev invece, seppure riformista, mantenne di fatto in vita lo stalinismo: anche se il regime di terrore poliziesco venne abolito, si può sostenere che il sistema mantenne essenzialmente il suo carattere totalitario.
Dal punto di vista storico, dunque, questo saggio può essere considerato «revisionista» in quanto, analizzando la carriera di un singolo personaggio politico, mette in discussione i più condivisi assunti relativi allo stalinismo. L’approccio della biografia è duplice: da una parte si narra l’ascesa di Beria nel clima politico e sociale dell’età staliniana, descrivendone di volta in volta successi e fallimenti e valutando l’influenza che egli esercitò sulle dinamiche del sistema sovietico; dall’altra se ne analizza la carriera da un punto di vista più personale, esaminandone le motivazioni e le relazioni con Stalin e con gli altri rappresentanti del potere. I personaggi politici sovietici hanno sempre rivelato ben poco delle loro vite private e in questo Beria non fa eccezione. E lecito dubitare del fatto che, se anche venissero aperti tutti gli archivi e tutte le sue carte private fossero consultabili, comparirebbero diari o lettere che documentino i suoi più intimi sentimenti. Come Stalin, anche Beria aveva una vita privata assai povera, in particolare dopo il suo arrivo al Cremlino nel 1938. Il suo matrimonio con la bella Nina Gegekori era divenuto puramente formale; all’unico figlio Sergo, che lo accompagnava spesso nei suoi viaggi, sembrava affezionato, e di tanto in tanto si concedeva le distrazioni fornitegli dalle tristemente famose violenze sessuali commesse ai danni di giovani donne o addirittura ragazzine. Ma tanto la moglie quanto quelli che lo conoscevano hanno sempre sostenuto che trascorresse la maggior parte del proprio tempo al lavoro o in compagnia di Stalin. E Vsevold N. Merkulov, che per molti anni fu uno dei suoi più stretti collaboratori, osservò che in nessuna occasione Beria gli parlò di sue questioni personali. Solo nelle lettere al suo mentore, il noto bolscevico Sergo Ordzonikidze, si rileva qualche traccia di emozione.

L’apparente assenza di umanità nella personalità di Beria [Beria, l'Hilmmler sovietico] non ci impedisce di tentare di cogliere le motivazioni più profonde che determinarono i suoi comportamenti. Lavrentij Pavlovk Beria non fu, infatti, un’astrazione, bensì un essere umano il cui comportamento era motivato da specifici aspetti della sua natura. Nel corso della sua carriera, il braccio destro di Stalin ha senza dubbio commesso crimini atroci, come per esempio quello di essere stato direttamente responsabile della morte e delle sofferenze di migliaia di persone. Ma era mosso solo da un razionale e cinico interesse personale? O condivideva con Stalin alcune delle sue tendenze psicopatologiche? Con questa biografia si intende, appunto, mettere in relazione tali fattori personali con gli altri, più dichiaratamente storici, che contribuirono a costruire la carriera di Beria; più in generale, si vogliono offrire nuovi spunti di analisi su dittature di tipo stalinista.

Con l’affermarsi della glasnost’, Beria è divenuto oggetto di un rinnovato interesse storico sia in Russia sia in Georgia. Sulla stampa sono apparsi memoriali e documenti d’archivio di grande interesse, che hanno gettato nuova luce sull’evoluzione della sua carriera. A metà del 1990, su un giornale georgiano apparve un’intervista, l’unica, all’ottantaseienne vedova di Beria, e all’inizio del 1992 fu pubblicato per la prima volta il verbale del drammatico plenum del comitato centrale del luglio del 1953, convocato da Kruscev per discutere le motivazioni dell’arresto di Beria.

Più di recente, il figlio Sergo è emerso dall’anonimato concedendo una serie di interviste a un giornale di Kiev. Ma i documenti resi pubblici sono stati severamente selezionati e le rivelazioni sul personaggio apparse in questi ultimi anni non hanno fatto che continuare a fornire resoconti divergenti su alcuni episodi della sua vita.

Fortunatamente, nel 1992 i russi hanno aperto gli archivi agli studiosi, rendendo possibile all’autrice di questo saggio la consultazione di numerosi documenti, fino ad allora segreti, che hanno permesso di aggiungere preziosi elementi al quadro complessivo relativo a Beria e alla sua vicenda politica. Va tuttavia ribadito con chiarezza che quegli archivi devono ancora essere vagliati a fondo e che quindi, per il momento, alcune fondamentali domande restano tuttora senza risposta.

Questo saggio viene alla luce proprio mentre comincia una nuova fase della storiografia sul periodo staliniano che potrebbe condurre, se il libero accesso agli archivi proseguirà, a straordinarie rivelazioni e a fornire nuove interpretazioni della storia di quegli anni. La ricostruzione della carriera politica di Beria deve quindi essere considerata come una questione ancora aperta.

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