Giampiero Mughini: Arcipelago Gulag

Giampiero Mughini: Arcipelago Gulag

di Giampiero Mughini 28 ottobre 2013 - Il Sole 24 Ore

Aleksandr Solzženicyn - Nato nel 1918, orfano di padre, laureato in matematica, a lungo un marxista e un leninista convinto (il miscuglio di «un marxista e di un democratico», dirà di sé più tardi), Aleksandr Solzženicyn era un capitano dell'Armata Rossa quando la polizia sovietica lo arrestò nel febbraio 1945. A guerra non ancora finita. Lo acciuffarono mentre era accucciato nel fango e nella neve bagnata di una postazione da cui stavano sparando contro i tedeschi.

Gli «Organi» avevano intercettato le lettere che l'ufficiale ventiseienne si scambiava con un amico e dove non erano dette cose gentili a proposito del «Capobanda», ossia di Stalin. Di più, i due amici si proponevano di dare vita a «un'organizzazione» che riunisse quanti pensavano tutto il male possibile del comunismo reale nel loro Paese. A norma dell'articolo 58 del codice penale sovietico quella non era una colpa, era un crimine. Dieci anni di lager li prendevi per molto meno. Durante gli anni Trenta, un idraulico in camera sua spegneva la radio al momento in cui l'annunciatore leggeva con voce enfatica le lettere adoranti inviate a Stalin. Venne denunciato da un vicino di casa e beccò otto anni. Il più delle volte erano condanne comminate da un Tribunale amministrativo che non abbisognava né di udienze né di testimoni né della presenza fisica dell'imputato, sentenze comunque inappellabili.

Alle spalle del giudice istruttore che cominciò a interrogare Solžzenicyn, stava un ritratto in figura intera di Stalin alto quattro metri. Tra giudice e imputato non c'era molto da battere e controbattere, c'era solo da firmare carte in cui l'accusato riconosceva di essere un poco di buono. Da ufficiale dell'Armata Rossa Solzženicyn era divenuto uno Zek, ossia «un detenuto» e tale rimarrà per undici anni, fino alla riabilitazione del 1957. Undici anni trascorsi prima nel lager e poi al confino, celle dov'era rinchiuso ora con un altro detenuto ora con altri 150. Nasce da questa esperienza uno scrittore che è tra i simboli irrinunciabili del Novecento. Prima che lo arrestassero in tutto e per tutto aveva compilato quattro taccuini in cui aveva registrato quello che aveva visto con i suoi occhi durante tre anni e mezzo della guerra furibonda contro i tedeschi, guerra che lui aveva combattuto in prima linea. I taccuini glieli sequestrarono all'istante ma non ci diedero mai un'occhiata, tanto che andarono a bruciare in una stufa. Tutto quel che è di Solzženicyn e ne porta le stimmate sta nascendo adesso, durante i primi interrogatori fatti da un giudice istruttore che porta delle mostrine celesti sulla sua divisa e che non ha il minimo interesse a scovare una verità, sia essa fatta di colpa o di innocenza. Il suo solo interesse è aggiungerne un altro alla sterminata sequenza di colpevoli che il regime macina ed erutta da quando è nato, dall'Ottobre 1917, e subito Vladimiro Ulianovic Lenin aveva minacciato di schiacciare tutti gli «insetti» che osassero contrapporsi al dominio pieno e assoluto dei bolscevichi. Non c'è un prima e un dopo nella storia della vittoria politica del bolscevismo, c'è che quella vittoria assume fin dal primo istante i tratti dello sfacelo organizzativo di ogni segmento del Paese e dell'assenza delle più elementari libertà. Si chiama comunismo, bellezza. Ed è l'unico comunismo possibile. Non ce ne sono mai stati altri sulla faccia della Terra.

Neppure è vero che una tale violenza e libidine distruttiva appartenessero congenitamente a un Paese arretrato e selvaggio quale l'Urss. In quell'Urss del ventesimo secolo dove si stava celebrando fastosamente il centenario della morte di Alexandr Puškin, scrive Solzženicyn, e dunque al tempo del cinema sonoro e della radio e degli aerei in volo, decine di migliaia di belve addestrate dal credo comunista presero a fare – quanto a torture e violenze nei confronti di dissidenti e prigionieri politici – quel che in Russia era divenuto impossibile già ai tempi di Caterina II. Quanti conobbero le prigioni zariste e le prigioni staliniane non ebbero dubbi su quali fossero le più disumane. Prendevano una donna e la facevano stare seduta per sei giorni e sei notti su uno sgabello in un corridoio: non poteva alzarsi né dormire né cadere. «Provate voi a starci per sei ore così» scrive Solzženicyn. Oppure succedeva che a un accusato facessero ingoiare a viva forza dell'acqua salata e che per una settimana gli negassero l'acqua. Ovvio che dopo una settimana quello confessava di essere stato una spia antibolscevica fin dall'età della culla. Il fatto è che nell'Occidente degli anni Trenta e fino a metà dei Cinquanta erano in tanti a credere a quelle confessioni, e non soltanto militanti comunisti quali l'attore e cantante francese Yves Montand: che di averci creduto farà più tardi radicale ammenda.

NON ERA UN DONO

Nell'itinerario di lettori di ciascuno di noi, ci sono libri che uno si danna per il fatto di non averli letti. Ancora a luglio scorso io non avevo mai letto l'Arcipelago Gulag il libro-monumento cui Solzženicyn aveva lavorato per dieci anni, e me ne vergognavo. Finché non ne ho trovato in libreria una edizione aggiornata pubblicata da Mondadori nel giugno 2013. Poco meno di 1400 pagine, tre chilogrammi di peso. La prima edizione ne era apparsa in Francia in lingua russa nel 1973, un libro il cui manoscritto era arrivato in Occidente di soppiatto, allo stesso modo del Dottor Živago di Borís Pasternàk e di Vita e destino di Vasilij Grossman. Se c'è un libro che ha cambiato le mappe del sentire comune occidentale, è di certo l'Arcipelago Gulag. Tutto vi era inedito e moralmente fragoroso, a cominciare dall'entità e dall'orrore di un tale universo concentrazionario nel Paese che per quarant'anni era stato indicato quale il «faro del socialismo». Quel libro fu una miccia che accese tutt'altre piste e un tutt'altro linguaggio nella storia culturale europea, a cominciare dall'avvento dei nouveaux philosophes in Francia. Quanti di noi che pure avevano letto dei lager nazi fin dal liceo, sapevano che fosse esistita la rete di campi siberiani della Kolyma disseminati in uno spazio più grande della Francia? E tanto più che quel libro ostinato e terrificante era destinato innanzitutto a noi lettori occidentali. Non che fosse un dono, era uno schiaffo in volto. Il gesto sprezzante di uno che non ci perdonava il non aver voluto vedere e sapere dei lager staliniani dei Trenta e dei Quaranta, la sofferenza atroce di milioni e milioni di russi, i treni che scorrazzavano carichi di deportati ridotti allo stremo, gli scantinati della Lubianka dove li uccidevano di notte con nove grammi di piombo sparati alla nuca, il fatto che quanti avevano «girato la manovella del tritacarne» nel 1937 continuassero a vivere indisturbati nell'Urss dei Sessanta e dei Settanta. (Solžzenicyn scrive che sino al 1966 la Germania aveva processato 86mila criminali nazisti. Nello stesso periodo per crimini commessi nel periodo staliniano in Urss ne erano stati processati in tutto 30.)

A noi che in un modo o nell'altro avevamo condiviso l'aura della sinistra, a noi che avevamo gli scaffali delle nostre librerie pieni di testi di Lenin o di Trockij o di libri einaudiani comunque ammirativi dei «dieci giorni che sconvolsero il mondo», apparve lunare la sagoma di quest'uomo che se l'era legata al dito l'indifferenza dell'Occidente, le sue false verità, i suoi colossali abbagli dettati dall' "Ideologia", il suo quieto vivere nei confronti di boia e assassini fra i più spietati del secolo. E passi per il libro dell'esordio di Solžzenicyn, Una giornata di Ivan Denisovi?, un racconto che era stato già pubblicato in Urss nel 1962 e che molti di noi lessero nella versione einaudiana di Raffaello Uboldi. Ma quello era un libro dalla valenza essenzialmente letteraria, un racconto breve e una testimonianza, un'opera tutto sommato commestibile per chi aveva creduto che il comunismo sovietico avesse rappresentato una forma superiore di società umana. Tutt'altra cosa, tutt'altro pugno in faccia l'Arcipelago, e tanto più per un Paese dove l'italocomunismo era stato una realtà vasta e profonda che aveva toccato le anime di tanti. Valeva soprattutto per l'Italia quel che Solžzenicyn diceva al modo di un'insegna: «Mentre voi vi occupavate piacevolmente degli inoffensivi misteri del nucleo atomico, studiavate l'influsso di Heidegger su Sartre e collezionavate riproduzioni di Picasso o partivate per la villeggiatura in comode carrozze ferroviarie, i cellulari scorrazzavano senza posa per le strade e gli agenti della Sicurezza bussavano e suonavano alle porte». No, l'Arcipelago non era commestibile per una larghissima parte del pubblico italiano di sinistra o ex di sinistra. Perché svelleva in profondità convinzioni e identità talmente diffuse. Leale come sempre [leale? Ndr], Gian Carlo Pajetta confessò che non lo avrebbe mai letto. Mai. Solzženicyn personaggio lunare era per noi occidentali e tale è sempre rimasto. Gli dicevi di sì con la testa, ma non con il cuore. Negli anni del suo esilio dall'Urss l'Occidente lo ha ospitato, mai amato. Né lui era pronto al benché minimo accomodamento. Per lui il Gulag era il Male Assoluto del Novecento, il tempo in cui il giorno era divenuto notte, e per questo ci aveva scritto sopra 1.300 pagine. Pagine e pagine a raccontare i fatti in ogni dettaglio, i nomi e la scenografia dei lager e delle prigioni destinate ad accogliere 3mila detenuti e che in certi momenti ne ebbero 40mila, i morti innocenti per come erano stati assassinati uno a uno. Racconti alimentati dall'avere raccolto le testimonianze di 227 concittadini di Solzženicyn passati anch'essi per il Gulag, e che in questa edizione mondadoriana sono indicati uno per uno.

L'ESERCITO DI VLASOV

Espulso dall'Urss nel 1974 (ci tornerà nel 1994, per poi morirvi di infarto il 2 agosto 2008), il conflitto di Solzženicyn con l'Occidente è radicale, senza scampo. Parte dal suo giudizio sull'esito della Seconda guerra mondiale, sulla cecità politica degli angloamericani innanzi all'avanzare nel cuore dell'Europa di un'Armata Rossa che si stava impadronendo una a una delle nazioni a difendere le quali era scoppiata la guerra: «L'Occidente difese la propria libertà e la difese per sé ricacciando noi (e l'Europa orientale) in una schiavitù doppiamente profonda». Solžzenicyn racconta la maledizione dell'esser russi nel secolo ventesimo e lo fa attraverso uno dei personaggi più tragici della Seconda guerra mondiale. Nato nel 1900 in una famiglia di contadini, iscritto al Partito comunista bolscevico fin dal 1930, Andrej Vlasov era stato il più valoroso dei comandanti sovietici nei primi due anni della Seconda guerra mondiale. Comandante di Armata, era stato fra i pochissimi a sfuggire alla "sacca" di Kiev in cui nel novembre 1941 i tedeschi avevano chiuso mezzo milione di soldati sovietici. Stalin gli aveva successivamente affidato il comando di un'operazione disperata volta ad allentare la morsa nazi su Mosca, un'operazione che si rivelò un suicidio. Di tutti i suoi uomini, Vlasov fu uno dei pochi sopravvissuti e finché il 12 luglio 1942 non cadde prigioniero dei nazi. Lusingato da quegli ufficiali tedeschi che distinguevano nettamente tra la Russia in quanto tale e il regime comunista, ufficiali che deprecavano la politica hitleriana che faceva degli "slavi" nient'altro che bestiame da soma, Vlasov prese per buona la loro proposta di creare delle unità di combattimento fatte da soldati russi che avrebbero affiancato i tedeschi nella lotta a buttar giù Stalin. La speranza di Vlasov – in realtà una follia politica – era che da tali unità sarebbe nata a guerra finita un'Urss indipendente e anticomunista. Lui se ne illudeva fortissimamente e andava in giro per l'Urss occupata a dire che una cosa era la sopravvivenza del comunismo e tutt'altra cosa la sopravvivenza di una Russia democratica, e questo mentre la cerchia hitleriana diffidava di lui (di uno che non teneva in nessun conto la "questione ebraica" per come la vedevano i nazi) e gli teneva la briglia stretta al collo. In realtà e fino alla conclusione della guerra solo rarissimamente Vlasov mise in campo uomini (per lo più molto giovani) che combattessero dalla parte dei tedeschi. Da ufficiale sovietico Solzženicyn li aveva avuti contro in un paio di occasioni e ricorda che si battevano come leoni. In un modo o in un altro i "vlasoviani" reclutati furono alcune centinaia di migliaia, fino a 800mila secondo la valutazione di uno studioso americano. L'operazione militare più riuscita la fecero a Praga, il 7 maggio 1945, quando si schierarono dalla parte degli insorti cecoslovacchi che stavano cacciando i nazi. Quando la guerra era ormai alle ultime battute Vlasov e i suoi supplicarono gli angloamericani di potere arrendersi nelle loro mani e di non essere consegnati ai russi. Vlasov si disse pronto ad accettare il giudizio di un tribunale internazionale sul suo operato. Gli angloamericani tradirono la parola data, e li consegnarono tutti a Stalin, ossia alla tortura e alla morte sicura. Vlasov e gli ufficiali a lui più vicini vennero impiccati alla mattina del 1° agosto 1946. Una tragedia nella tragedia, scrive il Solžzenicyn dell'Arcipelago, una tragedia che nessuno ricorda e della quale nessun leader occidentale ha mai manifestato rimorso né comprensione. La maledizione dell'esser russi nel secolo di Stalin e di Hitler. Una tragedia di cui Solzženicyn scrive così: «La parola "vlasoviano" suona da noi come "lordura", ci sembra di sporcarci la bocca solo pronunciandola […] Ma la storia non si scrive così. Un quarto di secolo dopo, ora che la maggioranza di quegli uomini è perita nei lager e i superstiti aspettano di morire nell'estremo Nord, vorrei ricordare con queste pagine che per la storia mondiale questo fu un fenomeno piuttosto inusitato: alcune centinaia di migliaia di giovani, tra i venti e i trent'anni, presero le armi contro la propria Patria alleandosi con il suo acerrimo nemico. Forse bisognerebbe rifletterci sopra: chi ne ha maggiormente colpa, quei giovani o la loro canuta Patria? Non lo si può spiegare con un tradimento "biologico", ci devono pur essere state ragioni sociali. Perché, come dice un antico proverbio, i cavalli non fuggono dalla biada. Dobbiamo immaginarli così: un campo – e sul campo vagano, abbandonati a se stessi, cavalli affamati, impazziti». L'Ottobre 1917 fece della Russia la cavia dell'esperimento politico forse il più sanguinario del Novecento. A raccontarne l'orrore, dice Solzženicyn, basterebbe pubblicare degli album con le foto di innocenti che vennero fucilati a milioni. (Un libro/album di questo tipo e che lascia senza fiato è uscito in Italia nel 2012, dal titolo La vita in uno sguardo: le vittime del grande terrore staliniano, Lindau). Il 5 marzo di ciascun anno, a ogni anniversario della morte dell'Assassino Capo, Solžzenicyn e altri scampati al Gulag si incontravano in una casa dov'erano esposte alcune decine di foto di morti ammazzati. In un'atmosfera a metà tra la chiesa e il museo, tutti stavano in silenzio o parlavano sottovoce. Sullo sfondo una musica funebre.

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