Varlam Šalamov: il dovere della memoria

Varlam Šalamov: il dovere della memoria

Autore: Sergio Rapetti. Fonte dell'articolo: ccdc.it 
Vivere o scrivere, nell’urss bolscevico-staliniana… questo è il problema. Ma prima di dover affrontare una simile alternativa, era sembrato a Šalamov, in un momento cruciale della sua vita, che la prospettiva per lui fosse un’altra, quella più normale per un aspirante poeta e letterato: vivere e scrivere. Nato il 18 giugno 1907, si era trasferito diciottenne a Mosca, quasi un decennio dopo la rivoluzione di Ottobre, dalla natia Vologda; era figlio di un prete ortodosso, Tichon, di idee progressiste in politica e autoritario in famiglia, e di una madre, Nadežda, viceversa affettuosa e mite che lo aveva cresciuto nel culto della poesia.

 Il giovane provinciale, studente-operaio, si immerge dunque dopo il 1926 nell’atmosfera surriscaldata delle avanguardie letterarie e artistiche della capitale e saluta con loro il possibile avvento di un mondo rinnovato e dell’uomo nuovo. Partecipa con fervore, come scriverà nelle pagine di Memorie , all’ «assalto al cielo» intrapreso in quegli anni.

Dovrà poi constatare, sempre nelle Memorie: «Tutto ciò è stato poi demolito, messo da parte, calpestato. Ma quello restò un momento unico nella nostra vita, in cui essa venne a trovarsi così prossima agli ideali universali. Ciò che Lenin diceva a proposito dell’edificazione di uno Stato e una società di tipo nuovo era tutto vero, però per Lenin si trattava più che altro di una questione di potere, della creazione dei presupposti pratici per esercitarlo. Per noi invece, che credevamo nel nuovo e rifiutavamo il vecchio, si trattava dell’aria stessa, quella per respirare». Gli esponenti delle avanguardie vengono ben presto «normalizzati» sotto la cappa del realismo socialista o costretti a emigrare, come quasi tutti gli intellettuali non di osservanza leninista-comunista, o finiscono nei campi di concentramento, il dissenso politico, anche quello dei socialrivoluzionari, al quale Šalamov, come già il padre, è vicino, viene sterminato, e lo stesso Šalamov nel 1929 viene arrestato: è la sua prima condanna, a tre anni di lavori forzati, come «elemento socialmente nocivo». Dopo il rilascio gode di cinque anni di libertà, scrive articoli su temi sindacali e della produzione, poesie, un racconto, si sposa, ha una figlia. Ma ormai vivere e scrivere liberamente non è possibile, e anche vivere e leggere, vivere e avere opinioni proprie è rischioso: prima della seconda condanna, nel 1937, quella alla deportazione nella Kolyma, la polizia politica raccoglie prove dei suoi sentimenti giudicati antisovietici: Šalamov ha addirittura in casa un agente della NKVD, il fratello di sua moglie, che con la famiglia divide l’appartamento di coabitazione degli Šalamov, e che lo controlla: un giorno lo rimprovera perché detiene le opere complete di Leskov, un classico dell’Ottocento: «Converrà con me che è una letteratura alquanto sospetta». Lo racconta Šalamov stesso nel saggio Le mie biblioteche. E conclude lo scrittore: «Gli ho sbattuto la porta in faccia».

Lui lo spediscono, con una condanna a 5 anni per attività controrivoluzionaria trockista, nelle remote miniere della Kolyma, una regione siberiana artica distante da Mosca due mesi di viaggio, 12mila chilometri, per mare e terra. Prima che spiri la pena e senza lasciare il lager viene condannato nel 1943 a un supplemento di 10 anni di lavori forzati per «propaganda antisovietica» e tra le accuse prefabbricate con l’aiuto di falsi testimoni, c’è quella vera, di aver definito Ivan Bunin, emigrato dall’urss e premio Nobel 1933 per la letteratura, «un classico della letteratura russa». Non ne uscirebbe vivo o comunque non lascerebbe mai la relegazione perpetua in quei luoghi inospitali se non fosse stato per la provvidenziale morte di Stalin, nel 1953. Con la denuncia chrusceviana dei crimini di Stalin e il «disgelo» letterario, in Šalamov si accende nuovamente, come già alla fine degli anni Venti. la speranza che scrivere possa conciliarsi col vivere e che i racconti sui lager kolymiani alla cui stesura si dedica in quello stesso anno 1956, possano essere pubblicati nel suo paese. Non sarà così, i racconti restano relegati nei cassetti delle redazioni delle riviste letterarie, non si ritiene che possano superare lo scoglio della censura, neanche dopo la pubblicazione di Una giornata di Ivan Denisovič, l romanzo breve di Solženicyn pubblicato con il beneplacito di Chruščëv in persona, che scoperchia il tema delle repressioni staliniane creando sensazione in urss e nel mondo intero.

Con il successivo Arcipelago Gulag, pubblicato solo all’estero, Aleksandr Solzenicyn rinsalda la sua fama, riceve il Nobel per la letteratura e viene estromesso a forza dall’Urss. Nella premessa al secondo volume dell’Arcipelago Solženicyn scriverà: «La mole di quella storia e di quella verità è superiore alle forze di un’unica penna. Ho potuto vedere l’Arcipelago soltanto da una feritoia, non da una torre…Forse nei “I racconti della Kolyma” il lettore avvertirà più esattamente lo spirito spietato dell’Arcipelago e il limite della disperazione umana». Al temporaneo «disgelo» era seguita la stagnazione brežneviana, addirittura con le avvisaglie di un ritorno allo stalinismo, e Šalamov si era energicamente anche se occasionalmente schierato col dissenso (la famosa «Lettera a un vecchio amico» del 1966 che esalta il coraggio e la coerenza di Sinjavskij e Daniel’, i letterati trascinati in giudizio per aver pubblicato alcuni libri sotto pseudonimo all’estero), quell’incipiente dissenso, in russo inakomyslie che alla lunga contribuirà al maturare della perestrojka e alla caduta del regime. Del resto Šalamov, autore di racconti e poesie che circolavano solo nel samizdat era allora per tutti i dissidenti un mito vivente. Ma di nuovo questa stagione di progetti e speranze si era per lui drammaticamente capovolta: Varlam Shalamov era stato indotto a rinnegare pubblicamente, con una lettera del 1972 alla «Literaturnaja gazeta», i suoi racconti kolymiani che avevano cominciato a essere editati in tutto il mondo, trasportati dal samizdat, in pubblicazioni sparse; verrà ricompensato nel 1973 con l’ammissione nell’Unione degli scrittori sovietici e riuscirà a pubblicare in patria ancora qualcosa della propria opera poetica.

Ma gli si era quasi fatto il vuoto attorno, proprio negli ambienti che l’avevano fin lì venerato. Con pochi altri gli sarebbe rimasta accanto fino al 1976 Irina Sirotinskaja, la persona a lui più vicina per oltre un decennio, e che avrebbe poi amministrato il suo lascito letterario dopo la morte e fino alla morte di lei (agli inizi del 2011). Dopo le vane speranze di poter vivere e scrivere nell’ambito di una vita normale nell’urss leniniano-staliniano-brežneviana, dopo aver vittoriosamente superato la morte fisica e spirituale e la corruzione infinita del lager (anche lì col sostegno delle poesie ch’egli componeva e mandava a memoria) in quel fatale anno 1972 Šalamov aveva comunque finito di scrivere I racconti di Kolyma, 145 suddivisi in 6 libri.

Altro che rinnegare – come era stato costretto a fare – quei racconti «in quanto oramai avulsi dalla realtà» – la loro composizione costituiva per lui un ineludibile dovere morale: far rivivere, lui che era sopravvissuto, la memoria dei milioni di vittime del Gulag. E ci si era applicato con devozione esclusiva per oltre 17 anni, gli stessi trascorsi in reclusione, ormai l’urgenza che lo divorava era vivere per scrivere. Quanto al metodo accenniamo qui soltanto, seguendo alcune sue considerazioni al riguardo, che la sua maggiore preoccupazione è stata di riuscire a recuperare dai «nastri» della memoria quello strato originale depurato da circostanze e valutazioni successive e questo vale per almeno una parte, comunque considerevole, dei racconti, quelli scritti nei primi anni.

Dallo scorrere della memoria, dalle fiumane di moltitudini di vite spezzate e perdute, egli trasceglie i frammenti, «rallentandoli» nel loro fluire e lasciandoli decantare, fino all’ideale forma voluta, perché aderiscano, come un guanto o un’orma, alla realtà evocata. E le parole per raccontare tali Vite sono concise, necessarie, le parole indispensabili, e solo quelle, con sobrietà, senza dettagli esornativi. E il paesaggio, gli oggetti attorno all’uomo o alla donna o al fatto che sono al centro del racconto? Quelli, dice Šalamov, sono già lì, nella sua memoria: gli basta individuare del racconto un paio di punti nodali e l’incipit e la chiusa, e tutto si compone, sulla carta, uscendo dal lapis, per forza propria. Certi racconti li ha scritti di getto, senza una correzione. Secondo Šalamov è così che la sua opera acquisisce la qualità di documento letterario dell’epoca feroce, che è talmente fuori misura da rendere inattuali e inadeguati gli schemi e i modi del romanzo o del racconto tradizionali.

Questa solitaria impresa (in russo podvig, gesta, atto grande e nobile e anche santo) comporta per lui un prezzo altissimo, perché gli rimette in gioco la vita. E Šalamov vi spende ogni residua risorsa di una salute malferma, patisce la rovina del proprio matrimonio e il rinnegamento della figlia, sconta l’isolamento personale e sociale, pur di riportare alla luce il terrificante segreto della Kolyma «gridando e piangendo in una stanza vuota». E realizza il capolavoro. Frutto della scelta tra vivere e scrivere, sacrificando il vivere allo scrivere.

Sempre più abbandonato a se stesso e in ristrettezze, malato, sordo quasi cieco, passerà gli ultimi anni nella sua stanzetta disadorna, affollata di incubi ricorrenti; verrà trasferito in una casa per anziani invalidi e negli ultimissimi giorni, a forza, in un ospizio per vecchi malati di mente, dove di lì a pochi giorni, il 17 gennaio 1982, morirà.

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