Jim Jones e la tragedia di Jonestown

Jim Jones e la tragedia di Jonestown

Articolo di Massimo Introvigne pubblicato da da “Avvenire” il 18/11/1998

Vent’anni fa, la sera del 18 novembre 1978, oltre novecento membri del “Tempio del Popolo”, il movimento americano fondato dal reverendo Jim Jones (1931-1978), perirono a Jonestown, la città che avevano fondato nella giungla della Guyana, nel più tragico suicidio di massa dell’epoca contemporanea. Gli episodi successivi del Tempio Solare (ripetutisi tre volte nel 1994, 1995 e 1997) e di Heaven’s Gate (1997) sono certo ugualmente tragici, ma con dimensioni numericamente assai più modeste.

A vent’anni di distanza, non tutto è chiaro. In una conferenza stampa a Washington tredici studiosi – tra cui il sottoscritto – presentano il 18 novembre 1998 un documento in cui chiedono alla Commissione esteri del Parlamento americano di ordinare alla CIA la divulgazione integrale del suo voluminoso fascicolo sul caso, solo in parte reso pubblico e che potrebbe rispondere a diversi quesiti ancora aperti.

Gli specialisti dibattono, infatti, su più di un punto. Piuttosto nominalistica appare la questione se il Tempio del Popolo debba essere definito o meno una “setta”. Tutto dipende, infatti, dalla definizione che si dà alla parola “setta”: non senza ricordare che, formalmente, l’organizzazione di Jim Jones era un movimento laicale all’interno di una rispettata denominazione protestante, i Discepoli di Cristo. Ancora nell’anno del suicidio, il 1978, l’annuario dei Discepoli di Cristo citava il Tempio del Popolo fra i movimenti, e Jim Jones fra i pastori, riconosciuti dalla denominazione. Più interessante è la discussione sul ruolo dei fattori, rispettivamente, interni ed esterni nella genesi della tragedia. La studiosa della Loyola University Catherine Wessinger insiste sui fattori esterni, sull’impressione che Jim Jones aveva di essere perseguitato e spiato dal governo americano. Personalmente ho intitolato un libro sul tema, del 1995, “Idee che uccidono”, in quanto ritengo che – per quanto i fattori esterni non debbano essere sottovalutati – ultimamente è l’ideologia a spiegare perché un gruppo in conflitto con la società arriva al suicidio mentre altri reagiscono in modi meno tragici. Ma era poi veramente un suicidio? Ecco un altro problema non interamente risolto, anche se i documenti già resi pubblici dal governo americano permettono di concludere che molti, forse la maggioranza, si suicidarono con il veleno, ma diverse centinaia di persone furono abbattute a revolverate, per cui (come nel caso del Tempio Solare) si dovrebbe parlare di “suicidio-omicidio” (mentre l’episodio californiano di Heaven’s Gate è in effetti un suicidio “puro”).

La questione essenziale riguarda però la natura del Tempio del Popolo: “setta” o movimento religioso oppure gruppo politico estremista? O entrambi? Il professor John R. Hall, forse il maggiore specialista accademico di Jonestown, definisce l’operazione di Jones “un inganno fondato sull’uso della religione per promuovere il socialismo”, e ritiene che i numerosi riferimenti a Dio nel linguaggio del Tempio del Popolo fossero semplici metafore che rimandavano alla nozione marxista di un mondo in evoluzione verso il comunismo.

Altri interpreti – tra cui Enrico Pozzi, autore di un pregevole studio italiano sul “carisma malato” di Jonestown – sono più perplessi, e vedono nell’ideologia di Jim Jones una forma estrema di “teologia della liberazione” di impronta marxista, non priva però di un riferimento cristiano, più o meno vago ma non solo e necessariamente posticcio. I documenti pubblicati da John R. Hall e da altri studiosi – recentissima è l’opera curata da Mary McCormick Maaga – illuminano la singolare carriera di Jim Jones.

Nato nell’Indiana – terra di predicatori, ma anche di radicalismo politico - Jones, secondo l’espressione di Hall, già da giovanissimo “si innamora di Stalin e dei sovietici”. Non studia religione, ma sociologia, laureandosi (con fatica) alla Butler University. Vorrebbe iscriversi al piccolo Partito Comunista degli Stati Uniti, ma – secondo un resoconto dello stesso Jim Jones – un dirigente gli consiglia: “Non diventare un membro del Partito – lavora per il Partito”, suggerimento che Jones (sono sempre parole sue) traduce in un compito che eseguirà con successo: “Infiltra una Chiesa”. Diventa così pastore pentecostale, “usando – per citare ancora John R. Hall – i diritti dei neri come grido di richiamo per un movimento di agitazione comunista”, quindi pastore indipendente, finché nel 1960 è accolto dai Discepoli di Cristo.

Fonda il Tempio del Popolo, che diventa un movimento laicale all’interno dei Discepoli di Cristo con una forte connotazione politica. Sostenuto dalla moglie del futuro presidente Carter, Rosalynn, inizia una carriera all’interno del Partito Democratico. Nel frattempo invita i suoi seguaci a vivere in comune e raccoglie un notevole seguito soprattutto fra i più poveri e fra le minoranze etniche.

Negli anni 1970 a San Francisco fa parte della “squadra” di George Moscone, l’uomo politico radicale (e omosessuale) che nel 1976 conquista il comune alla testa di una variopinta coalizione di minoranze. Il sindaco Moscone ricompensa Jones con una carica – Commissario per gli alloggi – equivalente a quella di assessore. Ma la California degli anni 1970 non è solo lo Stato di Moscone. E’ anche lo Stato di Ronald Reagan, e di una stampa repubblicana che scopre rapidamente gli scheletri nell’armadio del reverendo assessore Jones.

Nelle sue comunità – che assomigliano alle comuni californiane sia politiche sia religiose – si pratica, secondo un discorso dello stesso Jones puntualmente registrato dai suoi avversari, “la via socialista che comporta la condivisione dei mariti e delle mogli”. Il reverendo ha decine di relazioni sia eterosessuali sia omosessuali; si parla anche di depositi di armi e di contatti con i servizi segreti cubani. I Discepoli di Cristo lo difendono, ma Jones fiuta il vento infido.

Nel 1977 rompe gli indugi e parte per la Guyana, dove realizzerà nella giungla il suo sogno più megalomane: un’intera città votata alla sua gloria e organizzata secondo le sue idee, Jonestown, la “città di Jones” dove si trasferisce con un migliaio di seguaci. Riferimenti a Gesù Cristo (ma non alla Bibbia, chiamata anzi “il nemico”) coesistono nei sermoni di Jones riservati ai membri del Tempio del Popolo con espressioni che fanno ritenere a una parte degli studiosi che quella religiosa sia soltanto una facciata.

Jones dichiara che “i gloriosi fini del socialismo giustificano i mezzi”, e John R. Hall lo descrive come “congelato in un orientamento leninista-stalinista”, in un “accostamento stalinista al bolscevismo”.

In Guyana – secondo gli studi di Rebecca Moore, un’accademica che ha perso una sorella nella tragedia del 1978 – l’orientamento si fa ancora più esplicito. Uno striscione proclama “Qui nessuno crede in Dio”, e l’inno canta: “Siamo comunisti oggi, e ne siamo felici”. Qualche riferimento a Dio – ma a quale Dio? - riecheggia però, contraddittoriamente, ancora in diversi sermoni. Molti dei cittadini di Jonestown sono disoccupati più o meno disperati, ma alcuni sono rampolli di buone famiglie, che si preoccupano e chiedono alle autorità di indagare.

Così il 17 novembre 1978 un deputato, Leo Ryan, arriva a Jonestown, accompagnato da familari di membri del Tempio e giornalisti. E’ possibile che l’atteggiamento di alcuni accompagnatori di Ryan sia stato, come alcuni studiosi ritengono, inutilmente provocatorio. Ma nulla giustifica la reazione: dopo un tentativo di accoltellamento, Ryan viene abbattuto con altre cinque persone mentre il suo aereo sta ripartendo dalla vicina Port Kaituma dal servizio di sicurezza del Tempio, chiamato (con allusione non casuale a vicende italiane) “Brigata Rossa”.

Jones annuncia che è avvenuto l’irreparabile, e – dopo avere inviato il denaro del Tempio all’erede designato, l’ambasciata sovietica in Guyana – propone, come si sente in un nastro registrato ritrovato a Jonestown, “un suicidio di massa per la gloria del socialismo”. Chi accetta beve un letale miscuglio di cianuro, sedativi e dolcificante. Chi non accetta è ammazzato a revolverate. L’ultimo messaggio, mentre il nastro del registratore sta per finire, è di Jim Jones: “Non ci siamo suicidati. Abbiamo compiuto un atto di suicidio rivoluzionario per protestare contro le condizioni di un mondo inumano”. Quanto la politica, i contatti di Jones con i servizi sovietici, la sorveglianza della CIA abbiano contribuito alla tragedia non è ancora chiaro oggi, dopo vent’anni, e per questo è giusto chiedere l’apertura totale degli archivi. Ma certo molte responsabilità ultime sono di Jones, e delle “idee che uccidono” che aveva diffuso a piene mani. Era una miscuglio esplosivo tipico degli anni 1970, il che rende Jonestown un caso diverso dal Tempio Solare o da Heaven’s Gate (anche se in questi episodi degli anni 1990 il desiderio di “imitare” Jonestown è stato proclamato esplicitamente dai leader). D’altra parte, il “carisma malato” di Jones si ritrova nella sete di distruzione di un Joseph Di Mambro, il fondatore del Tempio Solare. Di Jones, per cui la rivoluzione sessuale era inseparabile dalla rivoluzione comunista, dopo vent’anni risuonano ancora sinistre queste parole terribili: “L’ultimo orgasmo che mi piacerà avere sarà la morte, se potrò portarvi tutti con me”.

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