Ecologia al servizio della decrescita

Ecologia al servizio della decrescita

Il pregiudizio ecologista della magistratura non è sostenibile - Sacerdoti di cavilli e ipertrofiche norme ambientali, i giudici sono diventati agenti destabilizzanti dell’economiadi Alberto Brambilla | 03 Luglio 2015 - Il Foglio

Roma. La scena è famigliare e rientra nel genere “persecuzione giudiziaria di imprese italiane” da parte di certa magistratura pseudo-ambientalista. E’ un genere tragico e comico insieme: tragico per i contraccolpi sull'attività produttiva e sull'occupazione di aziende sopravvissute alla prima recessione di questo secolo; comico perché il pregiudizio ambientalista, che si nutre di interpretazioni restrittive e a volte strumentali dell’ipertrofica normativa in materia ambientale nazionale e comunitaria sull’inquinamento o sullo smaltimento dei rifiuti, rende l’Italia un paese ridicolo e inospitale agli occhi degli investitori.

La scena è appunto nota: un’azienda finisce sotto inchiesta con l’accusa di “disastro ambientale” o simili, sulla base di perizie dell’accusa vengono sequestrate in via cautelale parti vitali degli impianti, si attiva il circo mediatico a screditare dirigenti, marchio ecc. a indagini in corso – dunque prima dell’istruzione del processo, la società bloccata e sputtanata finisce la cassa, le materie prime, i clienti ben prima di arrivare a sentenza.

Intanto l’autorità politica rincorre quella giudiziaria emanando decreti straordinari e urgenti (magari in collaborazione con la magistratura stessa) senza ottenere risultati tempestivi capaci di arrestare il processo di decozione dell’impresa che a volte è già in corso, e viene quindi accelerato, altre invece è indotto dalle indagini stesse e dai provvedimenti conseguenti. Così è andata nel caso dell’acciaeria Ilva di Taranto, quello più clamoroso dal punto di vista tecnico, dove all’origine il tribunale amministrativo tarantino, prima, e il Consiglio di stato, poi, avevano dato ragione alla società dicendo con sentenze passate in giudicato – e quindi vincolanti anche per il giudice penale – che le emissioni di polveri sottili non superavano i limiti di legge di 40 microgrammi al metrocubo, arrivavano a 23. Ma la procura locale ha invece ordinato il sequestro basandosi sulle perizie di parte che stabiliscono che Ilva supera non i limiti legali (la relazione dei periti del gip Patrizia Todisco lo afferma a pag. 534) bensì il livello ottimale di emissioni indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità (20 microgrammi). Com’è finita si sa.

La centrale termoelettrica Tirreno Power di Vado Ligure ricalca lo stessa cronologia ma è tracollata rapidamente: in sintesi, per le perizie della procura basate su inferenze statistiche, confutate dall’Istituto nazionale dei Tumori e dal ministero della Sanità, inquinava a livelli mortali sebbene le emissioni degli impianti a carbone – quelli sequestrati – non superassero i limiti di legge e, anzi, dal giorno del sequestro (11 marzo 2014) l’inquinamento nel savonese è aumentato. In questo caso, la procura ha poi anche interferito, oltre le sue precise competenze, nel processo amministrativo che avrebbe dovuto portare a istruire una nuova Aia per ammodernare gli impianti secondo le migliori tecnologie disponibili e motivare il dissequestro.

Il 1° luglio l’ultimo colpo all’industria: la procura di Gorizia ha deciso di sequestrare alcune aree del cantiere navale di Monfalcone della Fincantieri, società partecipata dallo stato attraverso Fintecna e quotata in Borsa, leader mondiale della cantieristica per navi da crociera, che nello stabilimento friulano impiega 4.500 lavoratori, sostiene un indotto da 400 imprese circa, e rischia di interrompere la produzione e ritardare le commesse conquistate sul mercato. L’inquinamento non c’entra: non si parla di rifiuti tossici ma di rottami e resti di materiali inerti stoccati secondo i regolamenti europei, meno restrittivi della norma italiana. La richiesta di sequestro era stata respinta per due volte (dal gip del Tribunale penale di Gorizia e in appello) ma la Cassazione ha trovato un errore formale nelle sentenze motivando il provvedimento cautelare. Il governo Renzi – come da canovaccio – vuole risolvere un “un problema tipicamente amministrativo” con un decreto urgente che allinei la norma italiana a quella europea.

L’Ilva, Tirreno, Fincantieri sono grandi aziende e possono difendersi ma un piccolo imprenditore cosa fa?

Alcune aziende agricole nella zona di Caivano (21 agricoltori, 70 ettari di terreni), epicentro mediatico della Terra dei Fuochi campana, hanno ingaggiato lunghe battaglie legali per liberare i pozzi d’irrigazione sequestrati perché nelle acque irrigue c’erano sostanze chimiche bollate dagli inquirenti come nocive (manganese, solfati, fluoruri, arsenico) che in realtà sono presenti in natura e rintracciabili in maggiore quantità nell’acqua potabile. Per la serie: la natura inquina. Ora per continuare a lavorare sono costrette a fornire costose e minuziose analisi dei prodotti superflue e cervellotiche. Infine, paradossalmente, interpretazioni formalistiche di norme stratificate e foriere di massicci interventi giudiziari, che non tengono conto delle questioni sostanziali né dei fondamenti della scienza chimica, possono anche produrre corruzione costringendo un imprenditore a tentare le vie brevi per cavarsela.

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