Berija

Berija [Beria]

Lavrentij Pavlovič Berija (Beria). Nato a Sukhumi, 29 marzo 1899 – Morto a Mosca, 23 dicembre 1953. Beria è stato un politico sovietico. Fu il capo della polizia segreta dell'Unione Sovietica sotto Stalin. Berija, in quanto georgiano, fu uno dei primi alleati di Stalin nella sua scalata al potere all'interno del Partito Comunista e del regime sovietico [si veda anche Beria, l'Hilmmler sovietico].

Nel 1924 guidò la repressione dei sommovimenti nazionalistici a Tbilisi. Berija venne nominato in seguito a questa operazione capo della "divisione politica segreta" della GPU della Transcaucasia e gli venne conferito l'Ordine della Bandiera Rossa. Nel 1926, divenne il capo della GPU georgiana. Venne nominato segretario di partito in Georgia nel 1931 e per l'intera regione transcaucasica nel 1932. Divenne membro del Comitato Centrale del Partito Comunista nel 1934.

Beria: capo della polizia segreta

Il nome di Berija (oltre ovviamente quello di Stalin, georgiano come lui) è strettamente legato alla Purghe staliniane. Beria è stato l'esecutore spietato e zelante e l'ispiratore delle politiche repressive di Stalin. Alla morte di Stalin, Beria era il candidato alla successione. Dopo la morte di Stalin (di cui pare si sia vantato) cercò di imporre un nuovo corso di liberalizzazioni che tuttavia sembrava assai poco credibile agli altri membri del partito comunista sovietico.
Si veda anche La psicologia di Beria e di Stalin. Il tentativo di Beria di riciclarsi e di apparire sotto una nuova luce non ebbe successo. Secondo la versione ufficiale, gli vennero mosse gravi accuse (di tradimento e di essere a libro paga delle potenze straniere). Oltre a queste accuse false di tipico stampo bolscevico, venne anche accusato di avere abusato sessualmente di moltissime giovani donne che la polizia segreta gli procurava e dell'omicidio di molte di queste. Sono accuse verosimili, supportate anche da ritrovamenti postumi di ossa nella sua residenza.

Secondo la versione ufficiale, fu processato, giudicato colpevole e condannato a morte (assieme ad altri suoi stretti collaboratori). Tuttavia non sembra probabile che questo sia accaduto nei termini ufficiali: Beria era all'epoca l'uomo più potente dell'Unione Sovietica e controllava la famigerata polizia politica.

La morte di Beria

Indro Montanelli riferisce che nel 1956 Negarville fu inviato dal partito a Mosca insieme a Gian Carlo Pajetta. Qui, come Pajetta, rimase scosso dal racconto compiaciuto che Nikita Khruščёv fece loro riguardo alle modalità con cui Beria era stato eliminato fisicamente dalla nuova dirigenza sovietica:

« Nel settembre di quell'anno [1956] il partito [PCI] lo spedì [Pajetta] a Mosca insieme a Pellegrini e a Negarville per sentire direttamente da Kruscev come ci si doveva comportare nella crisi, ormai aperta, dell'antistalinismo. Kruscev li accolse affabilmente, li invitò a cena. E qui, trascinato da bocconi e libagioni ad una espansiva euforia come spesso gli capita, a un certo punto disse: «Beh, ora vi voglio raccontare come strangolammo Beria». E descrisse l'agguato che gli avevano teso al Cremlino, come gli erano saltati addosso e come gli avevano serrato la gola con le mani fino alla soffocazione. Lo descrisse ridendo allegramente, forse senz'accorgersi del pallore che soffondeva il volto dei suoi ospiti, o per lo meno quelli di Pajetta e di Negarville.

L'indomani li convocò nuovamente e, come non ricordando affatto ciò che gli aveva raccontato la sera prima, disse loro in tono solenne: «Beh, ora vi farò sentire il processo di Beria registrato sul nastro».

E glielo fece sentire davvero come lo avevano inventato post mortem, con la voce del defunto falsificata.

Quando si ritrovarono fra loro, Negarville e Pajetta si guardarono con gli occhi pieni di lacrime. «Ma allora – dissero –. Ma allora...». E non aggiunsero altro. »
(Indro Montanelli, 9 gennaio 1962)

Questa versione è supportata anche da altri storici. Altri ritengono che questa ricostruzione sia falsa, tuttavia è probabile che i fatti siano andati davvero così: Berija era un uomo potentissimo che controllava la polizia; Sarebbe stato impensabile eliminarlo con metodi "legali" mettendo in scena uno dei soliti processi farsa.

Beria e i GuLag

Il 17 novembre 1938 un decreto del Comitato centrale interruppe (temporaneamente) l'organizzazione delle «operazioni di arresto e deportazione in massa». Una settimana dopo Ezov fu destituito dalla carica di commissario del popolo per gli Interni, e sostituito da Berija. Il Grande terrore si concluse come era incominciato: per ordine di Stalin.

Nella seconda metà degli anni Trenta la popolazione del gulag raddoppiò: dai 965 mila detenuti presenti all'inizio del 1935 passò a un milione 930 mila al principio del 1941; nel solo 1937 la cifra aumentò di 700 mila unità. In quell'anno l'afflusso in massa di nuovi detenuti ebbe sulla produzione un effetto talmente dissestante da farla diminuire del 13 per cento rispetto al 1936! Anche nel 1938 si ebbe un ristagno della produzione, finché il nuovo commissario del popolo per gli Interni, Lavrentij Berija, non prese energici provvedimenti per «razionalizzare» il lavoro dei detenuti. In una nota presentata il 10 aprile 1939 all'Ufficio politico, Berija espose il proprio «programma di riorganizzazione del gulag». In sostanza, secondo la sua spiegazione, Nikolaj Ezov, che lo aveva preceduto nella carica, aveva privilegiato la «caccia ai nemici» a detrimento della «sana gestione economica»; la razione alimentare dei detenuti, di 1400 calorie giornaliere, era stata calcolata per «chi stava seduto in una cella», e in tal modo, negli anni precedenti, il numero di individui idonei al lavoro era crollato: al primo marzo 1939 250 mila detenuti risultavano inabili, e l'8 per cento del totale dei prigionieri era morto nel solo 1938. Per poter realizzare il piano di produzione affidato all'N.K.V.D., Berija proponeva di accrescere le razioni alimentari, di annullare le scarcerazioni anticipate, di infliggere punizioni esemplari a tutti i lavativi e agli altri «disorganizzatori della produzione», e infine di allungare l'orario di lavoro, da portare a undici ore al giorno con tre giornate di riposo al mese, per «sfruttare in modo razionale e al massimo tutte lerisorse fisiche dei detenuti».

Negli archivi sono custoditi tutti i particolari di una grande operazione di deportazione degli elementi socialmente ostili dai paesi baltici, dalla Moldavia, dalla Bielorussia e dall'Ucraina occidentale, messa in atto nella notte fra il 13 e il 14 giugno 1941 da militari al comando del generale Serov. L'iniziativa era stata pianificata con alcune settimane di anticipo: il 16 maggio 1941 Berija aveva presentato a Stalin il suo ultimo progetto per una «operazione che ha il fine di ripulire le regioni di recente integrate nell'URSS dagli elementi antisovietici, estranei alla società e criminali». Nel giugno del 1941 avrebbero dovuto essere deportate 85716 persone in tutto, fra le quali 25711 provenienti dai paesi baltici. Merkulov, il numero due dell'NKVD., stilò il bilancio dell'operazione per la parte riguardante le repubbliche baltiche in un rapporto datato 17 luglio 1941.

Nella notte fra il 13 e il 14 giugno 1941 furono deportate 11038 persone appartenenti a famiglie di «nazionalisti borghesi», 3240 appartenenti a famiglie di ex gendarmi e poliziotti, 7124 appartenenti a famiglie di ex proprietari terrieri, di industriali o di funzionari, 1649 appartenenti a famiglie di ex ufficiali, e infine 2907 «vari»: in base a questo documento è del tutto palese che in via preliminare erano stati arrestati, e probabilmente giustiziati, i capifamiglia. Infatti l'operazione del 13 giugno mirava a colpire soltanto i «membri delle famiglie» giudicate «estranee alla società». Ciascun gruppo familiare aveva diritto a portare con sé cento chili di bagagli, in cui erano comprese riserve alimentari sufficienti per un mese, in quanto l'NKVD. non si assumeva l'onere del vettovagliamento durante il viaggio! [...] Quanti deportati morirono, nel corso di un viaggio durato tra le sei e le dodici settimane, compiuto in carri bestiame in cui erano stipati in cinquanta, con le poche cose, tra alimenti ed effetti personali, che avevano potuto prendere con sé la notte dell'arresto?

[il Libro nero del Comunismo]

Lavrentij Berija, cominciò quasi immediatamente a trasformare il regime dei campi, cambiando le regole, semplificando le procedure, tutto allo scopo di far diventare di nuovo i campi come Stalin li voleva: il fulcro dell'economia sovietica. Berija non si era reso conto, almeno non ancora, che il sistema dei campi era improduttivo e dispendioso per natura. [...]
Era deciso a trasformare i campi in un settore davvero produttivo dell'economia sovietica, ma questa volta sul serio. Berija non liberò mai dai campi, né allora né in seguito, un notevole numero di prigionieri condannati ingiustamente (anche se l'NKVD ne rilasciò alcuni dalle prigioni). Né allora né in seguito i campi divennero un po' più umani. [...] Berija cambiò il sistema soltanto per un aspetto: disse a icomandanti dei campi di mantenere in vita più prigionieri, e di servirsene meglio.

Una delle "scoperte" più importanti di Berija fu l'ingegnere aeronautico Tupolev, che arrivò alla sua saraska con una borsa in cui teneva un grosso tozzo di pane e qualche pezzo di zucchero (rifiutò di consegnarli, anche quando gli dissero che avrebbe mangiato di più). Tupolev, a sua volta, stilò per Berija un elenco di persone da richiamare, tra cui Valentin Glusko, il principale progettista di motori a razzo dell'Unione Sovietica, e Sergej Korolev, che in seguito creò lo Sputnik, il primo satellite sovietico, e può essere considerato il padre di tutto il programma spaziale sovietico.

[Anne Applebaum - Gulag]

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