Lenin

Lenin

Suscita sempre un po' di scandalo classificare Lenin come un criminale che si è macchiato dei peggiori misfatti e che ha instradato la rivoluzione russa sulla via della violenza e del terrore. Resiste seppure un po' appannato tra i militanti di sinistra, il mito della rivoluzione d'Ottobre e di colui che ne ha raccolto i frutti. Al tempo stesso si tende ad attribuire tutta la responsabilità a Stalin, il successore di Lenin. Tuttavia è ormai ampiamente dimostrato che Stalin ha soltanto proseguito sulla via tracciata da Lenin [si veda Lenin maestro di Stalin nella pratica del terrore] aggiungendovi solo un nuovo livello di paranoia e sadismo dovuto alla sua personalità. 
Lenin era un uomo mosso dall'odio con un profondo disprezzo verso tutto e tutti:

Lenin
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Scrive Stéphane Courtois: "Sotto Lenin il terrore prende di mira tutte le formazioni politiche e tutti gli strati delle popolazione: nobili, altoborghesi, militari, religiosi, poliziotti ma anche costituzionaldemocratici, menscevichi, socialisti rivoluzionari, così come il popolo nel suo complesso, contadini e operai.

Gli intellettuali vennero particolarmente maltrattati e il 6 settembre 1919, dopo l'arresto di molte decine di grandi scienziati, Gor'kij inviò una lettera furiosa a Lenin.

«Per me la ricchezza di un paese e la potenza di un popolo si misurano sulla quantità e la qualità del suo potenziale intellettuale. La rivoluzione ha senso solo se favorisce la crescita e lo sviluppo di questo potenziale. Gli uomini di scienza devono essere trattati con il massimo di attenzioni e di rispetto. Noi invece, salvando la pelle, tagliamo la testa del popolo, distruggiamo il nostro cervello.»

La brutalità della risposta di Lenin fu all'altezza della lucidità della lettera di Gor'kij: 

«Si avrebbe torto a equiparare le forze intellettuali del popolo alle forze dell'intellighentia borghese. ... Le forze intellettuali degli operai e dei contadini crescono e si amplificano con la lotta per il rovesciamento della borghesia e dei suoi accoliti, piccoli intellettuali penosi, lacchè del capitale, che credono di essere il cervello della nazione. In realtà non ne sono il cervello ma la porcheria».

Questo aneddoto sugli intellettuali è un primo indizio del disprezzo profondo che Lenin nutriva per i suoi contemporanei, comprese le menti più eccelse Di li a poco passerà dal disprezzo all'assassinio.

Lenin, Nikolaj Pseudonimo di Vladimir Ilič Uljanov (Simbirsk 1870 - Gorkij, Mosca 1924), attivista rivoluzionario e pensatore politico russo, organizzò e condusse la Rivoluzione d'ottobre che portò alla fondazione dello stato sovietico, di cui divenne il primo capo del governo. Proveniente da una famiglia della piccola borghesia, la sua giovinezza fu segnata da un tragico avvenimento che avrebbe influito sul suo destino politico: nel 1887 la polizia arrestò e fece impiccare il fratello maggiore per aver ordito un complotto per assassinare lo zar Alessandro III.

In quello stesso anno, Lenin si iscrisse all'Università di Kazan, ma, considerato un sovversivo radicale, ne fu presto espulso. In seguito si dedicò allo studio dei classici del pensiero rivoluzionario europeo, in particolare del Capitale di Marx, e cominciò a delineare una propria concezione del processo rivoluzionario, prendendo le distanze dai populisti che imperniavano la loro strategia su azioni terroristiche dimostrative, finalizzate a incitare alla rivolta antizarista le masse contadine. Riammesso agli studi universitari, si laureò in giurisprudenza a San Pietroburgo nel 1891, quindi iniziò a esercitare l'attività forense al servizio delle classi povere nella città di Samara, sul Volga; infine, nel 1893, si trasferì a San Pietroburgo.

Lenin: ORGANIZZATORE SINDACALE

Entrato a contatto con gli ambienti marxisti, nell'autunno del 1895 contribuì a fondare il circolo "Unione di lotta per l'emancipazione della classe operaia", che si proponeva di organizzare in un unico movimento tutti i gruppi rivoluzionari. Nel dicembre dello stesso anno la polizia arrestò i capi dell'associazione: dopo quattordici mesi di prigionia, insieme con un'altra attivista dell'organizzazione, Nadežda Krupskaja – sua futura moglie – Lenin fu confinato in Siberia e costretto a rimanere in esilio fino al 1900. Al termine di questo periodo si trasferì all'estero, dove si unì a Plechanov, Martov e ad altri marxisti per fondare il giornale "Iskra" (Scintilla), che divenne strumento di coesione tra le varie correnti socialdemocratiche. 

In esilio Lenin scrisse il pamphlet Che fare? (1902), nel quale delineò la propria strategia rivoluzionaria, che prevedeva la costituzione di un partito fortemente centralizzato, diretto da rivoluzionari di professione e regolato da una rigida disciplina; tale partito avrebbe costituito "l'avanguardia del proletariato", con il compito di condurre le masse operaie alla vittoria sull'assolutismo zarista e alla conquista del potere. Le tesi di Lenin provocarono una rottura all'interno del Partito operaio socialdemocratico russo che, al suo secondo congresso (1903), si spaccò in due. La maggioranza dei membri aderì alla corrente capeggiata da Lenin, denominata bolscevica (dalla parola russa che significa "maggioranza"), mentre l'opposizione divenne nota come frazione menscevica (dal termine russo per "minoranza"). I contrasti tra i due gruppi dominarono la scena politica russa fino alla prima guerra mondiale. Dopo alcuni anni trascorsi all'estero, Lenin tornò in Russia quando scoppiò la Rivoluzione del 1905, ma il fallimento di questa lo costrinse di nuovo a espatriare nel 1907. Nel 1909 scrisse il suo più importante trattato filosofico, Materialismo ed empiriocriticismo; tre anni dopo, durante una conferenza del partito a Praga, la spaccatura tra bolscevichi e menscevichi divenne definitiva. Allo scoppio della prima guerra mondiale, nel 1914, Lenin condannò il conflitto sostenendo che i lavoratori avrebbero combattuto gli uni contro gli altri a vantaggio della borghesia. Al contrario, incitò i socialisti a "trasformare la guerra imperialista in guerra civile", tesi che fu ampliata e sistematizzata in forma teorica nell'opera Imperialismo, fase suprema del capitalismo (1916), dove Lenin affermò che solo attraverso la rivoluzione si poteva abbattere il capitalismo e assicurare una pace duratura.

Lenin CAPO RIVOLUZIONARIO

Lo scoppio della Rivoluzione di febbraio nel 1917, che avrebbe rovesciato il regime zarista, colse Lenin di sorpresa. Partito immediatamente da Ginevra, riuscì ad arrivare in Russia attraversando la Germania su un treno speciale autorizzato dal governo tedesco, ma il suo rocambolesco arrivo a Pietrogrado (come era stata ribattezzata la città di San Pietroburgo) avvenne un mese dopo che l'insurrezione degli operai e dei soldati aveva deposto lo zar. I membri del Soviet (Consiglio) degli operai e dei soldati erano favorevoli alla collaborazione con il governo provvisorio borghese di Kerenskij, e i bolscevichi di Pietrogrado, tra cui vi era anche Josif Stalin, avevano appoggiato la loro decisione. Lenin, invece, ripudiò immediatamente quella linea politica e nelle sue "tesi di aprile" sostenne che solo il Soviet poteva rispondere alle speranze e ai bisogni dei lavoratori e dei contadini russi. Sotto l'imperativo "tutto il potere ai soviet", il partito accettò il programma di Lenin, considerando la Rivoluzione d'ottobre come la fase borghese di transizione verso la rivoluzione proletaria. Dopo un'insurrezione di lavoratori nel mese di luglio, terminata in un nulla di fatto, Lenin si rifugiò in Finlandia per sfuggire all'ordine di arresto del governo provvisorio. Lì formulò le sue teorie su un governo socialista, che raccolse nel famoso opuscolo Stato e rivoluzione, il suo più significativo contributo alla filosofia politica marxista. Nel frattempo incitava il Comitato centrale del partito all'insurrezione armata nella capitale, finalizzata alla presa del potere da parte dei soviet: il suo piano venne accettato e reso operativo il 6 novembre successivo (il 24 ottobre, secondo il calendario giuliano russo).

Lenin CAPO DEL GOVERNO

Dopo il successo della Rivoluzione d'ottobre e la proclamazione della repubblica sovietica, Lenin fu eletto presidente del Consiglio dei commissari del popolo, la massima carica governativa, operando attivamente per consolidare il potere del nuovo stato sovietico e per difendere la rivoluzione dagli attacchi dei nemici in patria e all'estero. A questo scopo accettò le onerose condizioni dettate dai tedeschi nel trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918), che poneva fine all'impegno russo nella guerra mondiale. Il paese sprofondò tuttavia nel baratro di una sanguinosa guerra civile (1918-1921), che si risolse infine a favore del neocostituito governo sovietico principalmente per l'intervento di Lev Trotzkij, abile organizzatore dell'Armata Rossa, che uscì vincitrice dallo scontro con i controrivoluzionari "bianchi". Nel 1919, per diffondere il messaggio della Rivoluzione bolscevica all'estero e rafforzarlo con il sostegno degli intellettuali comunisti stranieri, Lenin indisse la Terza Internazionale o Comintern. Dopo la guerra, per risollevare la situazione economica del paese, varò un programma di riforme noto come Nuova politica economica (NEP); nello stesso tempo, invocò il bando di ogni settarismo politico e insistette sul principio del partito unico. Colpito da apoplessia nel maggio del 1922, Lenin continuò a seguire le vicende politiche dalla casa di cura di Gorkij, cercando di opporsi alla crescente burocratizzazione del partito. Resta famoso il suo testamento, in cui segnalò la pericolosità di Stalin, all'epoca segretario del partito. Nel 1923 una paralisi lo privò dell'uso della parola e pose definitivamente termine alla sua carriera politica.

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