Bergoglio il papa comunista

Bergoglio oggi è il leader della sinistra mondiale

Scalfari: "Questo (di Bergoglio) è il programma del comunismo marxista"

Articolo di Antonio Socci - I “no global” ora hanno un leader planetario: papa Bergoglio. Però non si definiscono più “no-global”, ma “alter-mondialisti” perché vogliono la globalizzazione, ma “in una forma diversa”. Lo ha spiegato ieri, in un’intervista, Vittorio Agnoletto – portavoce della contestazione contro il G8 di Genova del 2001 – indicando appunto in papa Francesco il loro “punto di riferimento etico e morale”. Soprattutto adesso che – dice Agnoletto – “la sinistra politica si è dissolta” e sulla scena mondiale ha fatto irruzione il Kattivo: Trump.

“Cinque giorni fa” racconta ancora Agnoletto “il Papa ha convocato in Vaticano un incontro con 180 personalità, leader o protagonisti dei movimenti sociali. C’ero anch’io. Abbiamo lavorato, al di là del credo religioso dei singoli, su tre temi proposti personalmente da lui: lavoro, casa e terra. A questi si è aggiunta una riflessione comune sulla democrazia partecipativa e sulle migrazioni. Alla fine, davanti a più di tremila persone in sala Paolo VI, il Papa ha parlato e ha riproposto i contenuti del nostro movimento. Ma ci ha anche detto che dobbiamo fare un salto nella politica, perché dobbiamo cambiare un sistema fondato sulle ingiustizie”. Più che un papa è davvero il loro leader politico. Infatti Agnoletto spiega: “Sul piano politico oggi è una partita a tre: gli alter-mondialisti, vicini a Francesco. In mezzo c’è l’establishment. Poi ci sono le destre nazionaliste e razziste, che sono cresciute dove abbiamo perso noi”. Papa Bergoglio è per loro il nuovo (e mondiale) Bernie Sanders (che non a caso era stato da lui ricevuto in Vaticano durante le primarie).

L’INTERNAZIONALE

Che potesse andare a finire così era prevedibile. Già Fausto Bertinotti lo aveva fatto capire. Ma Gianni Vattimo, filosofo e parlamentare della variegata sinistra italiana, è stato il primo a indicare Bergoglio come il leader della sinistra mondiale, il 13 marzo 2015, a Buenos Aires, nel Teatro Cervantes affollato di entusiasti.
Lì Vattimo lanciò la proposta di una nuova “Internazionale” comunista che fosse anche “papista”, cioè riconoscesse papa Francesco come il suo leader, come il grande paladino di quella “lotta di classe del XXI secolo” che si oppone al dominio del capitale.

La cosa, con il tempo, è apparsa sempre più verosimile, soprattutto considerando i tre cavalli di battaglia del suo pontificato: il pauperismo della Teologia della liberazione che lo porta a sostituire (di fatto) Gesù Cristo con i nuovi proletariati; l’ideologia emigrazionista di massa (si vedano le tesi sulla “moltitudine” di Toni Negri) e l’ecologismo catastrofista della sua enciclica ambientalista.

Venerdì scorso, sul “Tempo”, è stato lo storico cattolico Roberto De Mattei a prendere atto della realtà:
“dopo la disfatta della Clinton, Francesco è rimasto l’unico punto di riferimento della sinistra internazionale, priva di leader. Quando, il 5 novembre, si è concluso in Vaticano il Terzo Incontro mondiale dei cosiddetti ‘Movimenti popolari’, alla presenza di agitatori rivoluzionari dei cinque continenti. Papa Francesco si è rivolto loro dicendo ‘Faccio mio il vostro grido’. Ma il grido di protesta che si leva dai movimenti convenuti nella sala delle udienze Paolo VI, è purtroppo caratterizzato dal fanatismo ideologico”.

CATTOCOMUNISMO

Il caso ha voluto che proprio in concomitanza con questo articolo di De Mattei, su “Repubblica” uscisse l’ennesima intervista di Scalfari a Bergoglio e stavolta si è trattato di una intervista totalmente politica: la “lotta alle disuguaglianze” e la questione emigrazione come centro di tutto (il “migrante” ha soppiantato i temi spirituali e la vita eterna che neanche esistono nell’intervista di Bergoglio).

Lo stesso Scalfari ha commentato compiaciuto: “questo, come lei sa, è il programma del socialismo marxiano e poi del comunismo”. Bergoglio non ha obiettato, anzi ha risposto che “i comunisti la pensano come i cristiani”.

L’intervista è stata realizzata alla vigilia del voto americano e pubblicata dopo. Avendo vinto Trump – cioè proprio l’uomo contro cui Bergoglio si scagliò per le sue idee sull’emigrazione – il papa argentino si trova lanciato sulla scena mondiale come l’antagonista morale e politico del nuovo presidente Usa. Del resto si comporta più da politico che da papa, avendo molto più interesse per le questioni sociali che per quelle spirituali o per quelle dottrinali (che liquida sempre con disprezzo).

BERGOGLIO, L'AMICO DEI REGIMI ROSSI

La collocazione politica di Bergoglio è molto chiara: basta confrontare il suo duro attacco (preventivo) a Trump con gli affettuosi segnali di amicizia e disponibilità che invece ha inviato, in diversi modi, ai regimi comunisti di Cina e Cuba.

Il celebre anatema di Bergoglio “contro l’economia che uccide” è stato scagliato sull’Occidente, sui sistemi capitalistici, cioè l’Europa e l’America. Non si ricorda che abbia mai condannato i sistemi comunisti con la stessa veemenza (e sì che – quanto a uccisioni ed “economia che uccide” – su Cina e Cuba ci sarebbe stato da dire più di qualcosina…).

Inoltre De Mattei ha ricordato che nel suo ultimo viaggio in Sudamerica, Bergoglio ha reso visibile la sua simpatia per i leader di Bolivia ed Ecuador e il 24 ottobre scorso ha addirittura ricevuto il presidente venezuelano Maduro, “anch’egli di estrema sinistra, a cui ha assicurato il suo sostegno”.

Mentre non ha avuto “nessuna parola di approvazione e compiacimento” nota De Mattei “per lo straordinario gesto del presidente del Perù, Kuczynsky, che, il 21 ottobre, davanti ai membri di Camera e Senato, ha consacrato il suo paese al Sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria”.

D’altronde, nonostante la sua invadenza politica, Bergoglio ha raccolto in Sudamerica una serie di sconfitte clamorose. Anzitutto nella sua Argentina, dove il candidato presidente da lui sponsorizzato è stato battuto dal candidato di centrodestra, Mauricio Macrì, con grande disappunto di Bergoglio che lo ha manifestato pubblicamente.

Poi c’è stata la disfatta politica (non proprio gloriosa) dei suoi amici brasiliani, Lula e Dilma Roussef (che erano gli ultimi simboli della sinistra mondiale). Quindi, il 2 ottobre scorso, la sconfitta nel referendum, in Colombia, sull’accordo di pace con le Farc che Bergoglio aveva personalmente sponsorizzato.

Con la vittoria di Trump negli Stati Uniti, dovuta anche al massiccio voto dei cattolici, Bergoglio incassa l’ennesima, micidiale batosta e adesso la sua sovraesposizione come bandiera dell’estrema sinistra, specie sul tema dell’emigrazione, accentuerà i suoi problemi nella Chiesa, dove è percepito, sempre di più, come un politico e un corpo estraneo.

LA VERA VOCE CATTOLICA

A bocciare, in questi giorni, con una semplice frase, l’ideologia emigrazionista di Bergoglio, è stato proprio un cardinale africano, Robert Sarah, un uomo straordinario che, nel suo Paese, è stato un vescovo eroico, che ha rischiato la vita. Sarah è sempre molto vicino alla sua Africa e al popolo povero da cui proviene e di cui ha sempre condiviso la povertà materiale e la ricchezza spirituale. Oggi in Vaticano si occupa di liturgia, è molto vicino a Benedetto XVI ed è molto amato dal popolo cattolico per la sua sapienza cristiana e la sua profonda spiritualità.

In un’intervista di questi giorni, lui, che proviene dall’Africa, ha parlato così dell’occidente: la più grande preoccupazione è che l’Europa ha perso il senso delle sue origini. Ha perso le sue radici. Ma un albero che non ha radici, muore. E io ho paura che l’Occidente muoia. Ci sono molti segni. Il crollo della natalità, per esempio. E poi voi siete invasi da altre culture, altri popoli, che gradualmente vanno a sopravanzarvi in numero e a cambiare totalmente la vostra cultura, le vostre convinzioni, i vostri valori. C’è anche, come si vede, questa (vostra) ansia, per la quale solo la tecnologia e solo il denaro contano. Non vi è alcun altro valore”.

Così parla un vero pastore della Chiesa: da uomo di Dio, non da uomo di potere (cioè da politico).

Antonio Socci

Da “Libero”, 13 novembre 2016

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